Quella tra Wagner e Mathilde Wesendonk è una delle più celebri e tormentate relazioni della storia della musica, e la corrispondenza tra i due la sua testimonianza più autentica. Le lettere che il musicista indirizzò all’amica, tra il 1833 e il 1871, sono un prezioso strumento per conoscere la verità interiore di un grande innovatore, la sua sensibilità, il suo disarmante egotismo. Ma anche un trattato filosofico privato sulla rinuncia e sul desiderio, temi chiave che Richard discuteva con Mathilde.
Nel 1852, ovvero nel momento in cui inizia il periodo che ci interessa, Richard Wagner non somiglia ancora, o perlomeno somiglia ben poco, al semidio, al “padreterno” di Bayreuth così come ci appare alla fine della sua vita, circondato da una folla d’ammiratori – di adoratori, potremmo dire. Il compositore dell’Oro del Reno, della Valchiria e del Tristano è ancora troppo vicino al rivoluzionario generoso e ardente degli anni 1848 e 1849, a quel ribelle che ha stretto rapporti d’amicizia con Bakunin e non ha fatto che aggravare la sua posizione, agli occhi della corte sassone, esprimendo le proprie convinzioni in un saggio intitolato L’arte e la rivoluzione. Certo, il fallimento della sommossa che ha scosso Dresda il 3 maggio 1849 lo rese un tantino più giudizioso, costringendolo a fuggire dalla capitale del regno. Sottrattosi per miracolo alla polizia, si era rifugiato per qualche giorno a Weimar, in casa di Liszt, dove aveva avuto notizia del mandato di cattura spiccato contro di lui dalle autorità sassoni. È dunque un fuggiasco colui che, sotto falso nome, varca il 28 maggio la frontiera svizzera con armi e bagagli – e l’inseparabile pappagallo – per insediarsi a Zurigo. La moglie Minna lo raggiungerà tre mesi più tardi.
Nel frattempo, Wagner volge le proprie speranze alla Francia. Il suo primo soggiorno a Parigi gli vale soltanto la promessa di un aiuto finanziario, generosamente offerto da una vecchia amica di Dresda, Frau Ritter. Oberato di debiti come sempre, tenterà di nuovo la fortuna a Parigi l’anno successivo. Questa volta trova l’appoggio di una giovane e facoltosa americana, Jessie Taylor, che sottopone a una corte spudorata senza curarsi – come del resto continuerà a fare in casi simili – dei sentimenti del marito, il commerciante di vini bordolesi Eugène Laussot. La prevedibile collera di quest’ultimo lo costringerà a tornare rapidamente in Svizzera, seguito dalla moglie Minna che nel frattempo ha avuto sentore della sua infedeltà.
Per Wagner, quegli anni d’esilio devono essere stati i più dolorosi della sua vita. Non soltanto è lontano dal suo paese, e dunque nell’impossibilità di occuparsi del successo delle sue opere, ma nulla può metterlo al riparo dalla catastrofe finanziaria che costantemente lo minaccia. Le opere d’arte dell’avvenire che è sul punto di concepire esigono infatti l’impegno totale del suo essere, ma non gli procurano i mezzi per sopravvivere. Al suo fianco, Minna tollera quella penosa situazione non senza lamentarsi e sarebbe cosa ingrata rimproverarglielo.
[Dalla Prefazione di Henry-Louis de La Grange]