Giorgio Rimondi, Leggere Frankenstein. Dal fantastico letterario alla queer theory

Ci sono molti modi di leggere Frankenstein. Si può privilegiarne la dimensione finzionale, coglierne il potenziale speculativo, valorizzarne le istanze (proto)femministe. Qui si è scelto di collegare la sua dimensione fantastica al dibattito sul potere della scienza (e della tecnologia a essa correlata), evidenziandone i risvolti psicoanalitici nonché i legami con la queer theory. Ciò, a partire dal fatto che alcuni ritengono di poter assimilare la «mostruosità» della creatura shelleyana alla condizione trans e, più in generale, ai temi della comunità LGBTQIA+.

Si tratta di una lettura inedita, basata sulla convinzione che Frankenstein rappresenti una straordinaria – e preveggente – risposta alla tradizione del pensiero occidentale, che ha sempre inteso separare la techne dall’episteme, il problema della conoscenza da quello della tecnologia.

Il Frankenstein di Mary Shelley è stato a lungo etichettato come il «libro di una donna». Ellen Moers lo descrive come un «mito femminile della nascita» che rivelerebbe l’ambivalenza dell’autrice nei confronti della maternità; Kate Ellis lo interpreta come una critica alla famiglia borghese e alla separazione fra sfera maschile e femminile; Sandra Gilbert e Susan Gubar sostengono che il romanzo descriva «l’alienazione di una donna in una società maschile», mentre Mary Poovey lo definisce un «mito dell’impotenza femminile» che giustifica l’incontrollabile desiderio espressivo dell’autrice.

Questo l’incipit di uno studio, risalente agli anni ottanta del secolo scorso, inteso a mostrare come la preoccupazione riguardo la posizione delle donne nella società patriarcale abbia influenzato le interpretazioni femminili di Frankenstein. Pur riconoscendolo come uno dei romanzi maggiormente commentati dalla critica femminile, lo studio sembra trascurare la capacità di Mary Shelley di modificare le strutture narrative e introdurre inediti argomenti di discussione, sovvertendo così le convenzioni narrative patriarcali.
Dopo di che si sono moltiplicati i punti di vista e affinati gli strumenti critici, e si è per esempio osservato come nel romanzo le figure femminili svolgano una funzione vicaria, se è vero che tutte, da Elizabeth a Margaret a Justine, funzionano come pretesti per rappresentare i personaggi maschili; e se ne è desunto che l’autrice abbia scelto di sottolineare in questo modo la sottomissione delle donne, evidenziando la loro assenza. Si è inoltre rilevato come la mancata creazione di una compagna per la creatura metta in luce i timori di Victor (e più generalmente dell’universo maschile) di fronte all’autonomia femminile, e come Mary Shelley sostenga una politica di genere sottolineando quell’assenza ingiustificata; ragione per cui l’esclusione della creatura dal consorzio sociale rispecchierebbe quella delle donne, perennemente marginalizzate e private di uno spazio per esprimersi. E vi è poi chi, è questo il caso di Eve Kosowsky Sedgwick, pensa a Frankenstein come a un romanzo centrato sul «desiderio omosociale maschile» o, più generalmente, su una politica dell’amicizia nel senso sviluppato da Derrida.

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