Luisa Muraro, Le amiche di Dio. Margherita e le altre

Questo libro nasce dall’impegno di conoscere e di far conoscere; il suo intento è di offrire qualcosa dei tesori della mistica europea, specialmente femminile, alla cultura di oggi, nel linguaggio della ricerca man mano che è stata comunicata a un pubblico appassionato della materia. I testi della mistica si possono leggere e studiare da più punti di vista, religioso, letterario, sociologico, psicoanalitico, filosofico… Ma non c’è comprensione adeguata della mistica femminile se non vediamo come quelle donne che chiamo le amiche di Dio, siano riuscite a fare della relazione con il loro amico la loro risorsa di libertà per un’avventura celeste e terrena insieme, umana e divina. Dio smise di parlare la lingua dei dotti per esprimersi con quella delle canzoni d’amore, della vita quotidiana, del lavoro: meglio sarebbe parlare, nel loro caso, di una teologia in lingua materna. La mistica mantiene la peculiarità di scienza divina ma il suo percorso prende impulso dalle vicissitudini di un’avventura amorosa in relazione con un altro da sé. È in questi termini che dobbiamo leggere gli scritti delle mistiche, come una filosofia pratica dell’amore libero e intelligente? E così interpretare anche la svolta del sec. XII-XIII, all’alba dell’Europa moderna? Rintracciando, nello spirito di libertà che percorre la storia europea, nel suo stesso inizio, un’intelligenza politica dell’amore?

Quando riflettiamo sull’assenza o sulla scarsa presenza di donne nella storia documentata, dovremmo sempre ricordare che questo vale più per la ri-presentazione delle cose che per le cose presenti, più per le riscritture che per le scritture, più per le mediazioni che per la realtà da mediare, più per i codici culturali che per la cultura.

Sulla strada che porta a Lutero e alla Riforma, c’era Margherita Porete, quasi incontrata da Lutero (dirò poi in quali circostanze), ma ritrovabile almeno da noi. Ed è una scoperta impressionante. Dobbiamo a un uomo che ha molto da insegnarci sulla maniera di sconvolgere i quadri storici stabiliti (e non soltanto), don Giuseppe De Luca, l’intuizione della vicinanza fra i due giganti della scrittura spirituale che sono Margherita e Lutero.

Scrive De Luca nell’Introduzione alla storia della pietà: «E se, per lo meno nel primo scoppio, la Riforma non fosse stata altro che una disperata volontà di uscire dal terribile frangente tra la natura e la Grazia, risuscitando l’antico, l’eterno quietismo…» (c’è qui un implicito ma preciso riferimento al libro di Margherita, come spiegherò) e poi: «affermando cioè che in noi peccato e salvezza non possono che coesistere, e dunque la salvezza non presuma distruggere il peccato, il peccato non presuma spegnere la fede?». Non si tratta di problemi psicologici, ci vuole ben altro, aggiunge De Luca. Quietismo è una parola del Seicento, che De Luca applica però anche, retrospettivamente, alla dottrina di Margherita Porete sulle opere che non portano a Dio perché niente porta a Dio se non Dio stesso.

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