Iain Chambers, Lampedusa/Gaza. L’orologio coloniale e i linguaggi interrotti

Questo libro esplora le intersezioni tra migrazione, arte e colonialismo, interrogando il Mediterraneo e Gaza come uno spaziotempo plasmato da rapporti di potere storicamente asimmetrici e configurato come un laboratorio aperto della modernità. Attraverso una serie di itinerari critici, si estrae dalle rovine del presente la trama intrecciata di colonialismo e razzismo costitutiva della modernità occidentale. Nei linguaggi delle arti postcoloniali si incontrano strumenti critici in grado di sfidare le narrazioni egemoniche con configurazioni inaspettate della realtà contemporanea. Qui, Gaza, devastata dal genocidio, si impone come punto focale, rivelando tutti i limiti dell’Occidente: la sua politica, ovviamente, ma anche il suo umanesimo e la sua estetica. Nella violenza coloniale del presente, il testo afferma con urgenza la necessità di smantellare le architetture epistemiche e politiche dell’Occidente, per sostenere degli orizzonti critici che rispondano alle storie negate e alle voci e vite rifiutate. In questo lavoro di smontaggio del Mediterraneo e del mondo contemporaneo, si mette in luce la centralità politica della traduzione storica e culturale continua che sostiene un’appartenenza mobile, e ci parla sempre di futuri radicalmente più democratici.

Pensare all’arte come a una pratica critica, togliendo il tempo storico dal suo contenitore omogeneo e caratterizzato dall’idea del progresso, e intrecciandolo con gli spazi decolonizzati emergenti, significa disfare la logica geopolitica abituale e iniziare ad abitare le interrogazioni che definiscono il presente. Pensando in vicinanza dei mondi resi prossimi, quando il tempo storico lineare viene piegato per svelare i sedimenti e le stratificazioni che liberano altre storie, i nostri linguaggi critici e filosofici sono sempre più interpellati da voci e narrazioni non autorizzate. Ci propongono di entrare in uno spaziotempo che ci investe con la domanda su come possiamo vivere e proporre il nostro linguaggio, ormai interrotto. In una prospettiva postcoloniale, radicata in una serie intrecciata di pratiche teoriche e artistiche, tale sfida fornisce la cornice critica di questa raccolta di saggi.

Le argomentazioni di questo volume ruotano attorno all’idea centrale delle temporalità postcoloniali che disturbano, interrogano e interrompono la presunta uniformità della modernità. Le motivazioni di questa tesi sono illustrate nel capitolo introduttivo. Nei capitoli successivi si approfondiscono le pratiche e i processi che si sono verificati nel 2022 alla mostra di Documenta 15, un evento che ha rappresentato un’interruzione inaspettata nella solita circolazione delle pratiche artistiche e critiche dell’arte contemporanea. In quell’occasione, l’arte diventava una pratica critica che rifiutava di essere limitata ai circuiti estetici e commerciali del mondo dell’arte internazionale, promuovendo considerazioni che hanno affrontato le questioni dell’antisemitismo, del sionismo e dei diritti dei palestinesi. In questo contesto, una serie di questioni relative al linguaggio e ai diritti spingeva l’impegno critico ad affrontare i limiti dei modi di vedere che sfidano l’attuale inquadramento storico e filosofico della modernità occidentale.

In altre parole, le arti postcoloniali presentate a Kassel nell’estate del 2022 durante Documenta 15 non si limitavano a suggerire storie dimenticate e altre configurazioni critiche della modernità, ma scardinavano in profondità le premesse dei nostri linguaggi, obbligandoci a impegnarci eticamente con ciò che sfugge alla nostra semantica e alla nostra traduzione.

Dietro il paravento delle accuse di antisemitismo che hanno investito questa edizione di Documenta, precipitata dalla presenza di artisti palestinesi di Gaza a Kassel, si manifestava la gestione istituzionale della memoria dell’Olocausto, intrecciata con la colonialità del potere della gestione occidentale. In una serie di risposte che si potrebbero riassumere collettivamente come l’arrivo dei sud del mondo, i presupposti euro-americani dell’evento sono stati drasticamente messi in discussione. Le coordinate per la valutazione dell’arte contemporanea, le opere, la logica espositiva e la sua costante capitalizzazione sono state messe a nudo. Narrazioni non riconosciute hanno messo in discussione le premesse della temporalità storica, portando alla rielaborazione del passato in scenari futuri disorientati. Questo è ciò che è accaduto a Documenta. Calibano ha preso il sopravvento e, in un insieme di pratiche profondamente pedagogiche e politiche, ha proposto temporaneamente un laboratorio aperto e più democratico.

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