Esaminando la riflessione e l’impegno politici di Maurice Blanchot dagli anni Trenta – epoca dei suoi interventi sui periodici della cosiddetta destra “non conformista” francese – alla stagione dell’opposizione al regime gollista e della prossimità ai movimenti di contestazione degli anni Sessanta, La ragione che veglia ferma l’attenzione sulla critica dei valori e del concetto stesso di valore elaborata da una tra le figure intellettuali più influenti del XX secolo. Ne risulta una restituzione complessiva delle opzioni, delle militanze, delle dissidenze politiche con cui il pensiero di Blanchot ha reagito all’attualità storica dell’affermazione dei nazionalismi e dei fascismi, della guerra globale e delle atroci scoperte che la seguirono, del capitalismo e delle sue crisi. È l’occasione di un ritorno mirato su alcuni elementi del lessico politico-filosofico – nazione, persona, bisogni, comunità, eguaglianza – intorno a cui oggi è quanto mai opportuno continuare a interrogarsi.

Blanchot e la politica

Per Blanchot all’uomo caduto più in basso del bisogno è evidentemente impossibile domandare quelle doti di abnegazione, consapevolezza di sé, coscienza di classe, capacità di sacrificio, eroismo, attribuite dalla tradizione marxista, anzitutto da Lenin, alla “forma superiore del raggruppamento del pro­le­tariato” che, in quanto avanguardia, è chiamata a preparare la rivolta ed è ritenuta in grado di attuarla. Non solo: l’uomo del bisogno non parla, non può più parlare, oppure, se lo fa, la sua è una parola molto lontana da qualsiasi discorso adeguato: è una parola abitata dall’assenza, parassitata dal silenzio, in contatto con l’inesprimibile di un’espe­rienza sposses­san­te. Più che una parola, allora, volta per volta potrà essere un mormorio o un brusio inter­minabili, un lamento insignificante e monotono, un rumore ininterrotto, o magari nient’altro che una “chiacchiera” (il Gerede heideg­geriano), la ripe­ti­zione vuota e continua di qualche trito luogo comune senza rappor­to con nulla di preci­so, e tanto meno con l’“io” di chi parla. Nulla a che vedere dunque con il discorso agente, con la parola dell’uomo che conosce le proprie necessità e quelle dei pro­pri simili, intende darvi soddisfazione e sceglie di ribellarsi, anzi con il proprio linguaggio già si ribella, nella misura in cui già trova eco intorno a sé e incontra chi potrà e saprà farsi ancor meglio garante di ciò che dice.

Recensioni

201510ott(ott 10)2:00 pmalfabeta2: Maurice Blanchot, la parola pluraledi Paolo Zublena(ottobre 10) 2:00 pm alfabeta2, MilanoRassegna stampa:La ragione che veglia

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