Letteratura e sociologia condividono un legame antico e profondo. Si potrebbe persino ipotizzare che la sociologia sia nata da un gesto squisitamente letterario: quello del barone di Montesquieu. Nelle sue Lettere persiane, il filosofo scelse la finzione epistolare e lo sguardo dello “straniero” per svelare l’assurdità e il relativismo delle consuetudini occidentali, gettando così le basi della disciplina.
Muovendo da questa intuizione, Ercole Giap Parini traccia la fitta trama che unisce queste due narrazioni del mondo. Attraverso un dialogo costante con i testi, l’autore dimostra come la letteratura sia in grado di generare concetti chiave per la teoria sociale. Entrambe le discipline, del resto, indagano l’umano: anche lo scrittore, nel far muovere e interagire i propri personaggi, risponde a una stringente logica di plausibilità sociale. Un viaggio affascinante capace di rivelare come la finzione letteraria costituisca uno degli strumenti più lucidi per decifrare la complessità del reale.
Nel 1921 Walter Benjamin acquista a Monaco un acquerello; era stato realizzato da Paul Klee l’anno prima e raffigura un angelo; ha per titolo Angelus Novus. Benjamin porterà con sé ovunque il quadretto – le opere di Klee sono quasi sempre di piccole dimensioni e facilmente stipabili in valigia. Soprattutto, gli ispirerà la nona Tesi sulla storia. In questa si legge:
C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta.
Il quadretto rappresenta soltanto una figura stilizzata nella quale a stento può esservi visto un angelo. Linee sottili racchiudono forme geometriche: triangoli, quadrati, cilindri, semicerchi, cerchi, che alternano, a mo’ di riempimento, colori che vanno dal rosa spento al giallo fotografia ossidata. L’insieme che ne risulta è una specie di omone con tratti di mostruosità, simile a quelli che disegnano i bambini; al posto della capigliatura ha come degli inviluppi di carta antica o di papiro che sventolano mossi dal vento. E delle braccia che si rivolgono in alto che, con non poca fantasia, possono essere viste come ali.
Come avrà fatto Benjamin a vedere tutte le cose che mette in sequenza, quasi fosse una storia, nella sua nona tesi? Una domanda che si è posto il critico d’arte Claudio Strinati, in una video lezione dedicata all’opera di Klee. La risposta del critico parte dalla constatazione che in quella immagine non vi è nulla, ma proprio nulla, di tutte le cose che dissotterra il filosofo tedesco.
L’attenzione si sposta allora sul clima di quell’epoca, caratterizzato dalla consapevolezza di un disastro consumato con la Prima guerra mondiale e dall’inquietudine che qualcosa di ancora più devastante stesse per accadere. La Costituzione della Repubblica di Weimar era stata promulgata tre anni prima ma già palesava quelle fragilità che avrebbero portato la Germania al collasso e all’avvento del nazismo; l’Europa era battuta da venti che ne scotevano la cultura e le strutture. E Benjamin sovrappone quell’inquietudine e quella percezione dello scotimento dei fondamenti della cultura europea, mentre il suo occhio scorre sui tratti e sulle linee dell’acquarello di Klee. È forse nato così il suo angelo della storia.