A partire dal torpore degli anni ’80, l’opinione pubblica si risveglia inorridita allo spettacolo che le si offre: l’Urss e la Cina si spingono verso l’ignoto, rendendo obsoleti i cari vecchi antagonismi Est-Ovest; le nuove potenze industriali dell’Estremo Oriente scuotono le roccaforti economiche tradizionali del capitalismo e del “socialismo”; lo spettro dell’aids avvelenano la sessualità… E, sullo sfondo, una grande paura ecologica guadagna terreno, in quanto gli annunci di catastrofe e le minacce per il futuro sono ritrasmesse dai media ormai sensibilizzati verso questi temi. In breve, non è ancora forse la fine del mondo ma, senza dubbio, è la fine di un mondo.
Questi sconvolgimenti, malgrado la loro diversità, sembrano alimentare dei riscontri segreti. È vero che il pianeta umano si restringe in proporzione all’intensificarsi delle interazioni tra le sue componenti. Tutto ha senso: ogni gesto quotidiano di inquinamento o di spreco energetico rientra in un computo globale. Ogni ferita parziale al “polmone amazzonico” minaccia, in prospettiva, ciascuno delle nostre “respirazioni”.
Si può pensare che l’uso eccessivo degli antibiotici nell’allevamento industriale non manca certo di disequilibrare le nostre difese immunitarie… esiste allora un continuum tra le grandi catastrofi, tipo Chernobyl, o delle minacce di “incidente” nel nucleare militare e il tessuto della vita quotidiana. Lo stesso vale per i grandi problemi internazionali.
Le “crisi” – è un eufemismo”! – che conoscono i Paesi dell’Est della Cina non è, per larga parte, che un prolungamento delle scosse che l’Ovest ha conosciuto dopo il 1974 e che si è circoscritte, a torto, alla sola sfera economica, anche se comportano dei disturbi sistematici relativi a dei fattori tecnico-scientifici così come a multipli fattori ecologici, a condizione di intendere questi in un senso largo, che implichi non solamente l’ambiente naturale, ma anche il campo sociale e il mondo mentale.
Le minacce che pesano sull’ambiente non sono allora forse che l’aspetto visibile, la punta dell’iceberg di devastazioni più profonde che le sono correlate nei campi dei legami sociali e delle formazioni di soggettività. Si focalizza la nostra attenzione sulle catastrofi future, quando le vere catastrofi sono digià effettivamente qui, sotto il nostro naso, con la degenerazione delle pratiche sociali, con una massmediatizzazione instupidente, con una fede collettiva cieca nell’ideologia di “mercato”, ovvero, alla fine dei conti, l’abbandono alla legge dei grandi numeri, all’entropia, alla perdita di singolarità, all’infantilizzazione generalizzata. I vecchi tipi di relazioni sociali, i vecchi rapporti con il corpo, con i sessi, con il cosmo, con la finitudine umana sono stati sconvolti, per non dire devastati dai “progressi” generati dalle società industriali. Niente è previsto per metterli in relazione, ad esclusione della produzione in serie, dell’educazione, della salute, dell’assistenza, della cultura e diciamo, più generalmente, della soggettività, per mezzo delle attrezzature collettive e di mass media impersonali, deresponsabilizzanti, che privano gli individui e i collettivi umani di qualsiasi presa su questi diversi registri. È inoltre l’idea stessa di pratica sociale che l’ecologia dovrà reinventare e, con essa, le più elementari condotte di mutuo aiuto e di convivialità oggigiorno collassate. I gesti, le parole più semplici, all’interno della coppia, nella vita domestica, al lavoro, nella strada, nel vicinato sono prigioniere di una sorta di programmazione inconscia che tende a svuotarle della loro sostanza, della loro consistenza esistenziale. Nel campo della produzione, André Gorz ha perfettamente descritto come, nel contesto del macchinismo assistito dal computer e della liberazione virtuale di una quantità crescente di “tempo libero”, un’intera etica del lavoro è divenuta obsoleta senza che le gerarchie, le modalità di valorizzazione e le finalità sociali si siano evolute in parallelo.
Conseguentemente alle sue analisi, André Gorz tenta di ripensare ciò che potrebbe diventare un nuovo tipo di azione sindacale. Si è ben lontani, con questo autore, da quei teorici che, al contrario, hanno creduto di dover farsi cantore della scomparsa delle prassi sociali. In nome della scomparsa delle ideologie – qualificate dai “post-moderni” delle “grandi narrazioni di legittimazione” –, in nome della “morte della politica” o del carattere sedicente di simulacro del sociale, non fanno altro portare dell’acqua al mulino di ciò che chiamerei la pulsione di morte che infesta il neoliberalismo. Lasciamo che il mercato faccia il suo corso [Laisser faire le marché], nel sociale, nell’arte, nell’architettura, nei mass media, sinonimi di serialità desingolarizzante, di accettazione passiva di una società alla cui base devono necessariamente vegetare delle caste di paria, di “emarginati”, di affamati, di analfabeti? Per esempio! Per “stimolare” la piramide sociale, al cui vertice troneggia una nuova specie di predatore, gli “yuppie”, che hanno la patente per pilotare alla cieca una ampia parte dei destini economici del pianeta. Non mi si fraintenda, la nuova moda del catastrofismo ecologico non è senza rapporto con questa pulsione di morte collettiva che non è affatto, come Freud l’ha teorizzata, un rovescio necessario dell’eros, ma è fabbricata in tutti i suoi pezzi e tenuta assieme dalle istanze di soggettivazione, non appena diventano “unidimensionalizzanti”. In una dimensione di passività massmediatica, più la si evoca, più si desidera inconsciamente la catastrofe. Beneficio secondario, ma tanto gustoso da una così mortifera promozione: l’apertura dei due nuovi mercati, quelli del recupero politico dell’ecologia e quello dell’ecobusiness industriale. In risposta a questa vertigine collettiva, si tratta di non sottostimare né sovrastimare i pericoli che pesano sulla specie umana, ma di consentirle di rispondere alle sfide che deve affrontare.
Cambiare le condizioni politiche, economiche, morali, è perfettamente concepibile, ad esempio, di ridurre “l’effetto serra” dovuto all’aumento dell’anidrite carbonica nell’atmosfera attraverso il ricorso a delle energie “pulite” e il rimboscamento sistematico del pianeta. Non sto qui proponendo un ritorno ai modi di vita di un tempo, di una crescita zero, la rinuncia all’economia di mercato in quanto tale, il ritorno alla pianificazione statale… ma semplicemente di sottolineare che non si sarà soluzione scientifica e industriale ai problemi ambientali senza profonde trasformazioni delle strutture sociali, delle abitudini individuali e collettivi e delle mentalità. E ciò non si farà a colpi di campagne pubblicitarie o attraverso incantesimi militanti. Certo, il movimento tipo quello dei Verts francesi o dei Grünen tedeschi riescono meglio di prima a far comprendere all’opinione pubblica i limiti dell’ecologia tecnocratica e i programmi di governo governamentali in materia. Una azione politica specifica è necessaria per pesare sui rapporti di forza e influenzare gli orientamenti aberranti di sviluppo economico attuale centrato in modo univoco sulla produzione per la produzione, indipendentemente dalle finalità umane e qualunque ne siano le conseguenze nefaste. Ma è qui che comincia il fraintendimento. Gli ecologisti – in particolare i francesi – sembrano aver adottato una curiosa divisione del lavoro: alle associazioni in difesa dell’ambiente incombe il lavoro sul “terreno”, mentre spettano al partito dei Verdi i nobili compiti di rappresentazione e di intervento all’interno del mondo politico. Più o meno, si ritrova qui la classica dicotomia comunista tra il partito di avanguardia e organizzazione di massa qualificata un tempo come “cinghia di trasmissione”. Anche gli ecologisti, finora, hanno evitato una propria ecologia sociale. I partito “Verts” (così come del resto la maggior parte delle associazioni ambientaliste) non ha veramente rotto con i metodi tradizionali di organizzazione. Non è uscito dal gruppuscolarismo che per piombare nella fascinazione per lo star system politico per quanto riguarda i suoi leader e una eccessiva prudenza per il suo apparato. Ma se l’ecologia politica si rivela incapace di innovarsi in materia di concertazione, di via collettiva, accogliendo nuove idee, se essa non riesce a sviluppare nei suoi ranghi, tra i simpatizzanti, i suoi elettori e oltre, nell’opinione pubblica, di nuove pratiche di impegno, se essa non si giunge con i multipli tentativi innovatori relativi alla pedagogia, la psichiatria, la vita di quartiere, l’economia sociale…non sarà altro, anche essa, che un mulinare di parole vuote e deluderà l’immensa speranza che suscita oggi (al riguardo, un solo “punto positivo” merita di esserle riconosciuto: la parità uomo/donna nei organi direttivi).
Abbiamo la possibilità, ma anche la responsabilità di vivere uno straordinario momento di svolta storico, geopolitico, demografico, tecno-scientifico, che metta effettivamente in discussione la vita o la morte della specie umana. Gli “operatori” che, nel corso di questa prova, peseranno in un senso rivoluzionario non hanno molto a che vedere con ciò che furono le istanze politiche, sindacali, istituzionali, associative del XX secolo. Occorre allora ripensare tutto, reinventare tutto, ricostruire tutto!
In particolare, le relazioni internazionali e le modalità di valorizzazione del lavoro, che interferisce con le segregazioni e i razzismi – altre forme di inquinamento sociale. Senza rinunciare al mercato economico mondiale, sarà necessario sviluppare, in parallelo, altri sistemi di regolamentazione e di finalizzazione delle scelte. È lungo questa via che i Paesi del Terzo Mondo potranno uscire dall’impasse. Inutile dare delle lezioni ecologiche agli Africani e ai Brasiliani, finché non potranno liberarsi dai loro debiti e dal loro cancro inflazionista! Ad est così come ad ovest, bisognerà inoltre reinventare lo Stato e la concertazione democratica che, viste le forme attuali e tenuto conto dell’interferenza dei media, della pubblicità dei sondaggi, sono sempre meno in contatto sulla vita quotidiana reale, nonché sui veri motori economici sempre più internazionalizzati. Di fronte all’abbrutimento massmediatico, si tratterà di preparare l’entrata in un’era post media, dove la singolarità e il dissenso avranno diritto di cittadinanza (questa è concepibile, da una parte, a causa delle evoluzioni tecnologiche che tenteranno a “fondere” la televisione, la telematica e l’informativa al tal punto che saranno disponibili degli accessi diretti a delle banche dati, delle cinematiche, dei programmi interattivi e, innanzitutto, attraverso delle sperimentazioni collettive prese in carico direttamente dagli “utenti”). E, anche in questo caso, si aspetteranno delle iniziative da parte degli ecologisti. Reinvenzione, di conseguenza, dei media, della cultura detto di massa e, sulla stessa scia, dei rapporti tra l’arte e la psiche! La sfida ecologica, prima di essere scientifica, associativa, politica, industriale, è innanzitutto etica ed estetica. È etica perché comporta un rapporto con l’alterità e con la finitudine secondo il complesso delle loro modalità: umane, animali, vegetali, cosmiche, macchiniche… È un processo ininterrotto e non una semplice preservazione del già “acquisito”. Le specie animali in pericolo come le specie culturali in via di estinzione – io penso al cinema – non saranno salvate che alla condizione che siano generate delle potenzialità in vita ancora inedite su questo pianeta. Pertanto, nessun ripiegamento nostalgico su un passato irreversibilmente spazzato via dalla simbiosi umanità-macchina, ma produzione assunta collettivamente si una nuova soggettività, si una nuova socialità e di una nuova “natura”.