Oskar Kokoschka, La mia vita

«Dirò ciò che ho visto, poiché sono un uomo che conosce il mondo con gli occhi», «Concepisco la vita e la morte in termini di colore». Il pittore Kokoschka narra i quadri della sua vita. Rapidi schizzi, larghe pennellate di colore per l’infanzia, la giovinezza per gli anni nella «Grande Vienna» del primo Novecento e a Berlino; l’incontro devastante con Alma Mahler e la parentesi nera della guerra con le gravi ferite nel corpo; poi gli anni di Dresda, Praga, Londra e Montreux con le nuove esperienze e i numerosi incontri che lo videro protagonista nella cultura del xx secolo.

Uomo aspro, roccioso, trasgressivo, Oskar Kokoschka riempie di sé ogni pagina e con la scrittura e nella parola dipinge le sue fantasie, le sue arbitrarie certezze. «Non sono riformatore», «Non seguo le mode», «Non amo l’umanità».

Autobiografia come autoritratto. La sua imponente figura in primo piano s’impone con tale prepotenza da respingere sullo sfondo eventi e personaggi: Klimt, Loos, Kraus, Cassirer, Liebermann, Schönberg, Furtwängler, Casals.

Il mio professore di disegno, quello che mi aveva sempre seguito, mi consentì, col diploma di maturità, l’accesso agli studi superiori. Sarei diventato insegnante di disegno e avrei frequentato i corsi della Kunstgewerbeschule diretti dal signor von Kenner. Mai avrei pensato di entrate all’Accademia delle belle arti di Vienna e di fare l’artista, col vestito di velluto e il berretto.

All’inizio del secolo la Kunstgewerbeschule di Vienna era una delle istituzioni educative più progressiste d’Europa. Il movimento internazionale che si andava affermando, lo Jugendstil, aveva avuto un’influenza decisiva sul suo piano di studi. La scuola possedeva una ben fornita biblioteca dove ci si poteva aggiornare su quanto succedeva in Francia, in Olanda, in Belgio, in Germania e in Inghilterra nel campo delle arti applicate e di un tipo di arredamento adatto ai bisogni della società moderna.

Vienna stava intanto diventando piuttosto provinciale e le idee propagandate dalla Kunstgewerbeschule venivano discusse e contestate. Erano fondamentalmente le idee di John Ruskin e del suo erede spirituale William Morris (che morì nel 1896) sviluppate ulteriormente in Scozia dal gruppo noto come scuola di Glasgow e in particolare da George Rennie Mackintosh e da sua moglie Margaret Macdonald Mackintosh.

C’erano stretti legami tra la Kunstgewerbeschule e la Wiener Werkstätte, una cooperativa di lavoro che prese parte attiva a questa svolta stilistica. La maggior parte dei professori della scuola erano anche collaboratori della Werkstätte, compresi Alfred Roller, Josef Hoffmann, Koloman Moser e Carl Otto Czeschka, sul quale ritornerò più avanti. Nel 1898 Olbrich aveva costruito l’edificio rivoluzionario e sensazionale della Wiener Secession, con la cupola di fogliame dorato e traforato che i viennesi chiamavano per ironia “la testa di cavolo”. Forse la rinascita dell’artigianato predicata dallo Jugendstil fornisce una nuova angolatura per interpretare la commedia umana?

La Secession, associazione di artisti che si era separata dalla associazione artistica ufficiale, il Kunstverein, aveva come presidente Gustav Klimt. Il motto sulla facciata del nuovo edificio della Secession era la frase in certo modo provocatoria «A ogni età la sua arte, all’arte la sua libertà».

Seguii il corso di disegno con il professor Anton von Kenner, ma mi interessava anche l’aspetto artigiano – la tipografia, la composizione dei caratteri, la legatoria, la xilografia, la litografia, come trattare il cuoio, la pergamena e altri materiali, anche la carta fatta a mano, praticamente tutto quello che vi si insegnava.

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