Le donne che hanno scelto di associarsi allo Stato Islamico sono circa cinquecento. Come interpretare questo fenomeno che ha preso campo in Europa, al punto che nel 2015 il numero delle donne in partenza ha quasi eguagliato quello degli uomini? Quali sono le motivazioni e le aspirazioni di queste giovani e talvolta giovanissime?

Utilizzando in modo complementare l’approccio socio-antropologico e quello psicoanalitico, questo libro propone un’analisi del fenomeno fondata su dimensioni oggettive (età, classe sociale, luogo di residenza, cultura musulmana o conversione), illustrando le istanze soggettive legate all’adesione femminile a un regime violentemente repressivo. Lo Stato islamico, infatti, nega alle giovani le conquiste dell’emancipazione ma, paradossalmente, dona loro il senso di esistere in quanto spose di combattenti e madri di “leoncini” destinati al conflitto, come i mariti lo sono alla morte.

Il fascino esercitato da tale regressione merita attenzione poiché sembra rappresentare uno degli elementi caratterizzanti della nostra modernità.

Il matrimonio “alla Daesh”

Lo Stato islamico instaura un rapporto con il genere tale da essere conforme con la charia. In linea di massima prevale un’interpretazione rigida delle leggi islamiche. Ma il complesso rapporto di queste leggi con la struttura comunitaria è de facto interrotto. A titolo esemplificativo, si pensi al matrimonio e al fatto che nelle società musulmane tradizionali la famiglia è al centro del sistema poiché i genitori e le “barbe bianche” esercitano un’enorme pressione e influenza.

Il matrimonio è l’espressione dell’unione di due famiglie, di due clan o gruppi locali. Il matrimonio tra cugini si spiega in questo modo come una strategia di rinforzo dei legami patriarcali. Nello specifico, il matrimonio “islamico” dell’EI ignora tali dimensioni per tutti i combattenti stranieri (principalmente per gli europei) che hanno ampliato i ranghi dell’armata. Questi individui si sono stabiliti in Siria e in Iraq a diverse centinaia, anche a migliaia di chilometri dai genitori, che non hanno partecipato in alcun modo ai loro matrimoni.

Le giovani donne sono per la maggior parte del tempo raccolte in luoghi chiamati “maqarr” (dimore), edifici pubblici posti sotto la direzione di una donna che vi ha applicato, in maniera spesso rigida, norme considerate come aggressive, perfino di un’altra epoca, da coloro che vi soggiornano.

Le curatrici del libro
Francesca Bianchi è professore associato di Sociologia nel Dipartimento di Scienze della formazione, scienze umane e della comunicazione interculturale dell’Università di Siena. I suoi principali interessi di ricerca riguardano le pratiche di interazione sociale, di partecipazione e rigenerazione urbana realizzate nella vita quotidiana da individui e gruppi sociali negli spazi pubblici, con particolare riferimento alla multiculturalità. Tra le pubblicazioni recenti: Fare ricerca collaborativa. Vita quotidiana, cura, lavoro (con L. Fabbri), Roma 2018.
Nicolina Bosco dottore di ricerca in Scienze della formazione, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di scienze della formazione, scienze umane e della comunicazione interculturale dell’Università di Siena. Le sue linee di ricerca riguardano i temi della multiculturalità e della radicalizzazione nei contesti di vita, l’inclusione e le marginalità sociali. Tra le sue pubblicazioni: Fighting Stigma in the Community: Bridging Ties through Social Innovation Interventions, in B.A. Canfield, H.A. Cunningham (eds.), Deconstructing Stigma in Mental Health, IGI Global, Hershey (PA) 2018.
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