Jacques Rancière (1940), professore emerito all’Université Paris VIII, è uno dei maggiori filosofi francesi contemporanei. Allievo di Louis Althusser, si è in seguito allontanato dal maestro per formulare una prospettiva originale sulle forme della soggettività politica e sui legami tra filosofia, estetica e democrazia. Per la sua riflessione sull’arte e l’estetica, ricordiamo: La Parole muette (1998); Il destino delle immagini (2007); Il disagio dell’estetica (2009); Politica della letteratura (2010); e La partizione del sensibile (2016).
Il termine aisthesis indica il tipo di esperienza in base a cui, da due secoli, noi percepiamo come tutte appartenenti all’arte cose molto diverse fra loro quanto a destinazione o a tecniche di produzione. La questione non riguarda la “ricezione” delle opere d’arte; riguarda, al contrario, la trama sensibile dell’esperienza in cui esse sono prodotte. Si tratta di condizioni del tutto materiali – spazi di performance e di esibizione, forme di circolazione e di riproduzione –, ma sono anche modi di percezione e regimi di emozioni, categorie che le identificano, strutture di pensiero che le categorizzano e le interpretano. Queste condizioni fanno sì che parole, forme, movimenti e ritmi vengano percepiti e pensati come arte. Non importa con quanta enfasi alcuni possano contrapporre l’evento dell’arte e del lavoro creativo degli artisti a questa trama di istituzioni, pratiche, modi affettivi e strutture di pensiero, poiché è questa stessa trama che permette a una forma, a uno schizzo di colore, a un’accelerazione ritmica, a una pausa fra parole, a un movimento o a una superficie scintillante di essere sperimentati come eventi e di essere associati all’idea di creazione artistica. Non importa con quanta insistenza altri contrappongano le idealità eteree dell’arte e dell’estetica alle condizioni prosaiche della loro esistenza, poiché queste idealità forniscono le coordinate del lavoro con cui essi cercano di demistificarle. E, infine, non importa l’amarezza che altri ancora possono esprimere nel vedere i nostri venerabili musei accogliere le opere degli idoli del mercato, perché questo non è altro che un effetto a distanza della rivoluzione rappresentata dalla nascita stessa dei musei, quando le gallerie reali aperte al pubblico resero visibili scene popolari che i principi tedeschi amanti dell’esotismo avevano comprato dai mercanti dei Paesi Bassi; o, ancora, quando il Louvre repubblicano fu riempito di ritratti di principi e dipinti votivi sottratti ai palazzi italiani o ai musei olandesi dagli eserciti rivoluzionari. L’arte esiste come mondo a sé da quando qualsiasi cosa può farvi parte. Questa è una delle tesi del libro, e vuole dimostrare come un regime di percezione, sensazione e interpretazione dell’arte si costituisca e si trasformi accogliendo immagini, oggetti e performance che sembravano essere le più lontane dall’idea di arte bella: figure volgari o quadri di genere, celebrazioni in versi liberi delle attività più prosaiche, gag e acrobati da varietà, edifici industriali e ritmi meccanici, fumo di treni o navi riprodotto artificialmente, stravaganti inventari di accessori appartenenti ai poveri. L’arte, anziché naufragare in queste intrusioni della prosa del mondo, ridefinisce se stessa senza tregua – ad esempio sostituendo le idealità della trama, della forma e della pittura con quelle del movimento, della luce e dello sguardo, costruendo il proprio ambito sfocando le specificità che definiscono le singole arti e i confini che le separano dal mondo prosaico.