Silvia Conti, Genealogia della libertà nella riflessione filosofico-morale di Iris Murdoch

Pensatrice eclettica, nota al grande pubblico prevalentemente come romanziera, Iris Murdoch (1919-1999) rappresenta una tra le voci più originali e significative del dibattito filosofico-morale britannico del secondo Novecento, soprattutto in ragione del suo tentativo di promuovere uno studio ampio dell’etica, che esulasse il rigorismo formale e normativo della metaetica analitica allora imperante in area anglosassone. Difficilmente ascrivibile a una specifica corrente speculativa, la riflessione morale di Murdoch è oggetto di una meritata riscoperta a partire da primi anni Duemila, con una ricca proliferazione interpretativa che il presente volume si propone di illustrare e discutere alla luce del concetto di libertà. L’obiettivo è fare luce sul contributo dato da Murdoch a una sostanziale ridefinizione della libertà intesa come “pellegrinaggio” sempre in atto per la fioritura personale e per mezzo del quale rifondare anche il piano formale della libertà.

Troppo a lungo la produzione filosofica di Iris Murdoch, autrice britannica contemporanea e amica di figure per molto tempo ben più note di lei, come Elizabeth Anscombe, Peter Geach e Philippa Foot, è stata relegata ai margini del dibattito filosofico, perfino entro quell’etica delle virtù che pure Murdoch ha contribuito a rifondare. La sua stessa carriera è stata segnata da una ingiustificata svalutazione, che l’ha condotta a dedicarsi prevalentemente all’attività di romanziera. Troppo sfuggente il suo pensiero, eccessivamente immaginifico e refrattario all’ingabbiamento nelle rigide categorie della filosofia oxoniense del suo tempo; troppo variegate ed eclettiche le sue ispirazioni, da Platone a Moore e Wittgenstein, ma passando per Sartre; da Schopenhauer, al Buddismo, a Simone Weil. Senza contare che proprio la sua straordinaria carriera letteraria non ha fatto che incentivare e accrescere il suo ridimensionamento quale filosofa acuta e originale, straordinaria interprete del suo tempo e coraggiosamente ostile all’inaridimento della scuola analitica imperante nel mondo angloamericano della seconda metà del Novecento, dove alla riflessione normativa si preferiva una – a tratti sterile e fine a se stessa – analisi del linguaggio morale, e alla contaminazione con arte e letteratura una talvolta ossessiva focalizzazione sull’argomentazione rigorosa, quando non anche sulla formalizzazione logica.

Da un paio di decenni, tuttavia, finalmente Murdoch è fatta oggetto di una meritata riscoperta e di una riabilitazione sostanziale, sebbene alquanto tardiva, oltre che postuma. Il crollo dei “dogmi” neopositivisti, insieme al farsi strada della rinata etica delle virtù, hanno pian piano creato lo spazio – teorico, culturale, perfino emotivo – per la riscoperta della sua eccezionale portata filosofica. L’etica delle virtù, finalmente uscita dalla fase “difensiva” più acuta, collocabile tra la fine degli anni ’50 e la fine dei ’90, ha potuto iniziare a pensare se stessa, riflettere sulle sue stesse fonti e interrogarsi sulle diverse forme della sua possibile articolazione. Quasi automaticamente, all’inizio di questa fase riflessiva, collocabile verso la metà degli anni ‘90, Murdoch è annoverata senza esitazioni quale madre fondatrice di tale approccio normativo, insieme appunto ad Anscombe e Foot, come emerge, ad esempio, nella ricostruzione di Okin in un importante saggio del 1998 e nella prefazione di Roger Crisp e Michael Slote al fondamentale volume collettaneo del 1997, una delle prime opere a chiamare a raccolta le voci più autorevoli facenti capo alla ormai affermata etica delle virtù per tirare qualche somma teorica su quarant’anni di lavoro riflessivo. E tuttavia sono proprio gli studiosi più attenti ad avvertire un’eterogeneità incolmabile tra l’impostazione murdochiana e quella delle altre “filosofe ribelli” che ad Oxford negli anni ’50 e ’60 inscenarono il grande colpo di stato contro deontologismo e utilitarismo. Tanto che, ancora nel Cambridge Companion to Virtue Ethics, curato da Dan Russell nel 2013, prosieguo ideale della già citata raccolta del 1997, Chappell, che pur conosce e apprezza Murdoch, nel ricostruire le origini dell’etica delle virtù limita la sua indagine ad Anscombe e Foot.

Se dovessi indicare un fattore che più d’ogni altro rende Murdoch inassimilabile al resto del gruppo, oltre e più che i motivi già citati citerei un “peccato originale” che pone la filosofa, irrimediabilmente, su un binario parallelo al mainstream: il rifiuto del naturalismo aristotelico, vera pietra miliare, se non dogma, della rinata etica delle virtù.

[Dalla Prefazione di Maria Silvia Vaccarezza]

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