Ipocrisia democratica

Riconoscendo ai cittadini il diritto di obbedire solo alle norme che sono state vagliate, discusse e approvate dalla maggioranza dei loro rappresentanti eletti a seguito di un confronto pubblico e di un dibattito parlamentare, le democrazie costituzionali riconoscono inediti spazi di autonomia al pubblico dei cittadini, che peraltro varia storicamente in funzione dei criteri di inclusione sociale che consentono di accogliere tra le sue fila soggetti prima esclusi dal diritto di voto passivo e attivo. A seguito di questa estensione progressiva – a cui contribuì la mobilitazione coatta di enormi masse in due guerre mondiali e l’ingresso obbligato delle donne nel mercato del lavoro – i diritti di partecipazione politica di componenti prima escluse della popolazione si sono aggiunti ai diritti civili dello Stato liberale. All’indomani di questo riconoscimento, il conflitto di classe è stato canalizzato dalle organizzazioni sindacali e dai partiti di massa nel corso della seconda metà Novecento. Come dimostra anche e soprattutto la storia più recente delle democrazie, non si è trattato di un processo lineare e cumulativo: la storia recente delle democrazie può essere letta come il teatro di un conflitto permanente, ma non per questo sempre palese, fra gruppi sociali contrapposti, che solo a intermittenza acquista visibilità pubblica e che conduce a esiti normativi fragili e reversibili, sempre esposti a mutevoli quanto asimmetrici rapporti di forza. Ad alimentarlo è l’instabilità strutturale di società democratiche fondate – al di là delle promesse di eguale libertà istituzionalizzate nei testi costituzionali – sul conflitto fra capitale e lavoro, che interseca diversi assi della subordinazione sociale (dal dominio di genere alle discriminazioni etniche, passando attraverso quelle dovute all’orientamento sessuale). Non sempre i corpi intermedi preposti a rappresentare gli interessi in campo sono in grado di investire le passioni e i sentimenti innescati da questi diversi assi della subordinazione in banche dell’ira capaci di scardinare alla radice le diverse forme di dominio. L’ipocrisia democratica rappresenta una delle ragioni della bancarotta di queste filiali dell’emancipazione.

Alla luce della promessa di eguale libertà che fa da sfondo anche alle concezioni meramente procedurali di questa forma di governo, la democrazia espone le asimmetrie di potere al rischio della contestazione pubblica. Anche quando non sfociano in episodi di violenza istituzionalizzata, le relazioni di potere che strutturano i diversi teatri istituzionali in cui gli attori sociali interpretano un certo ruolo possono cristallizzarsi in diverse forme di dominio.

I casi di dominio diretto si applicano ad asimmetrie di potere ingiustificate di nome, prima ancora che di fatto, perché le relative giustificazioni si appellano a costruzioni metafisiche, slogan, ecc. che inferiorizzano e stigmatizzano i subordinati. Queste forme di dominio sono direttamente riconoscibili dai copioni scadenti, che negano ai subordinati un ruolo attivo all’interno del teatro di potere in cui, di fatto, sono coinvolti.

I casi di dominio indiretto o complesso coincidono con asimmetrie di potere ingiustificate di fatto, anziché di nome. Formalmente giustificate da copioni inclusivi ed estensivi che includono i subordinati fra i loro destinatari, queste asimmetrie si trasformano in relazioni di dominio indiretto perché disattendono le promesse su cui sono incentrati i relativi copioni. Nei casi di dominio indiretto i subordinati possono far sentire la loro voce e partecipare alle relazioni di potere in cui sono coinvolti, ma questo riconoscimento diventa puramente formale a seguito di ruoli irrapresentabili o di cattive interpretazioni di ruoli legittimi. Nel primo caso, gli attori subordinati non sono messi nelle condizioni di interpretare il ruolo assegnato: un buon esempio di “ruolo irrapresentabile” consiste nello status di “eguali cittadini di fronte alla legge” attribuito agli schiavi liberati al termine della guerra civile americana o, per citare casi meno estremi e più recenti, alla nozione di “individuo autonomo e responsabile di sé” affidato dalla retorica neoliberale a quanti sono esclusi dal mercato dal lavoro o a coloro che svolgono una professione di tipo subordinato. In questo frangente, le relazioni di dominio non sono il frutto di un abuso di potere, non dipendono dalla cattiva recitazione di attori che non sanno interpretare bene un ruolo di potere formalmente legittimo; sono, invece, l’esito di un contesto strutturalmente patologico, perché sprovvisto delle risorse necessarie a garantire la rappresentabilità del ruolo assegnato all’attore sociale. Nel secondo caso, invece, gli attori istituzionali non interpretano bene il ruolo di potere che ricoprono (pur essendo messi nelle condizioni di farlo). In questo caso, il dominio riguarda l’interpretazione di un certo ruolo di potere da parte dell’attore istituzionale che lo ricopre, non il ruolo stesso.

Esiste, infine, un terzo caso di dominio indiretto che non dipende dai ruoli assegnati agli attori subordinati e neppure dalle interpretazioni degli attori istituzionali, ma dalla presenza ingiustificata di oggetti che esercitano un potere sugli attori all’interno di teatri istituzionali da cui dovrebbero essere formalmente banditi, stando ai relativi copioni normativi. Le relazioni asimmetriche di potere si trasformano in forme dominio sistemico quando, ad esempio, il denaro media l’accesso degli attori a teatri istituzionali come gli ospedali o l’istruzione, malgrado si tratti di diritti formalmente garantiti a prescindere dal successo ottenuto dagli individui sul mercato. L’ingiustizia di queste condizioni di dominio sistemico è dovuta proprio all’assenza di giustificazioni a sostegno della presenza pervasiva di oggetti formalmente banditi da certi teatri istituzionali.

Le contraddizioni generate da copioni incompleti (dominio sistemico) o scadenti (dominio diretto), ruoli irrappresentabili e cattive interpretazioni degli attori istituzionali possono diventare oggetto di contestazione pubblica. Laddove la critica organizzata dal pubblico dei cittadini acquisisca una forza tale da impedire agli attori istituzionali di eluderla facilmente, reprimerla violentemente o deriderla cinicamente, i responsabili istituzionali si vedranno costretti a rispondere del loro operato. Il potenziale conflittuale attivato dalle forme di dominio aumenta in proporzione alle promesse di eguale libertà che legittimano – anche se soltanto formalmente – una certa forma di governo. Istituzionalizzando il diritto di critica da parte del pubblico, infatti, la democrazia impone ai protagonisti della scena pubblica il dovere di rispondere dell’interpretazione del loro ruolo di potere.

Istituzionalizzando il diritto di critica dei subordinati e dell’opposizione e il dovere di rispondere degli attori istituzionali al pubblico dei cittadini circa l’interpretazione del loro ruolo di potere, però, la democrazia aumenta esponenzialmente il rischio di un surplus di ipocrisia democratica. Se la critica mira a rifiutare lo spettacolo della realtà, l’ipocrisia democratica punta invece a farla accettare “così com’è” rappresentando le forme di dominio criticate come se fossero incontestabili. Obbligando i rappresentanti a “rispondere” delle proprie decisioni, azioni e omissioni di fronte agli altri cittadini, le istituzioni democratiche incoraggiano continuamente l’ipocrisia democratica di quegli attori istituzionali che fanno un uso puramente strumentale delle promesse di eguale libertà a cui fa appello la critica.

Una ragione fondamentale a sostegno del nesso fra ipocrisia e questa forma di governo consiste nella cruciale importanza della sfera pubblica: agli antipodi di un governo monocratico «dove tutto è di uno solo» ed «è difficile che vi sia qualcosa di pubblico», nelle democrazie la sfera pubblica ha un valore fondante per le relative istituzioni e procedure deliberative. Norberto Bobbio aveva non a caso definito la democrazia come «governo del potere pubblico in pubblico», per alludere alla sua dimensione visibile e al suo carattere pubblico, contrapposto alla sfera privata. È per una ragione di mera prudenza tattica, quindi, che i più abili ed esperti attori istituzionali di una democrazia che non hanno a cuore i valori democratici di eguale libertà sono soliti mascherare con gesti e parole il loro cinismo dominatorio, anziché ostentarlo di fronte al pubblico dei cittadini da cui dipende la loro posizione di potere. A meno che il disprezzo di questi valori non sia socialmente condiviso a tal punto da diventare maggioritario, il cinismo spudorato finisce per risultare controproducente nel medio periodo, a dispetto dei suoi eventuali successi iniziali. In democrazia le manifestazioni più o meno episodiche di cinismo spudorato corrispondono a forme di auto-smascheramento del potere, che rischiano di non sintonizzarsi con i sentimenti e le ragioni socialmente dominanti della popolazione.

È proprio a questo processo istituzionale di crescente responsabilizzazione dei poteri democratici che risalgono le motivazioni soggettive sottese alle strategie di de-responsabilizzazione diffuse nelle società democratiche quando la critica non viene semplicemente ignorata, repressa con la forza o derisa cinicamente, ma ipocritamente aggirata dagli attori istituzionali attraverso messinscene che ne eludono le rivendicazioni simulando di assecondarle. Al pari della violenza e del cinismo politico, l’ipocrisia democratica rappresenta una strategia di immunizzazione dei poteri dal contropotere della critica perché consente non soltanto di soffocare sul nascere politiche emancipatrici, ma anche di avviare politiche contro-emancipatrici capaci di aumentare discriminazioni e disuguaglianze sociali. D’altra parte, l’ipocrisia democratica rappresenta una strategia alternativa all’indifferenza, alla violenza autoritaria e al cinismo politico: immunizzando gli attori che beneficiano di ruoli di potere dal contro-potere della critica senza ricorrere alla violenza o ad aperte manifestazioni della volontà di potenza tipica delle forme spudorate di cinismo politico, l’ipocrisia democratica riduce i costi politici a carico degli attori istituzionali che vengono chiamati in causa dalle contestazioni pubbliche. Le messinscene apologetiche consentono agli attori istituzionali di conseguire e mantenere un ruolo di potere, immunizzando quest’ultimo o se stessi dalla critica. Perché si dia ipocrisia democratica, devono essere relegati dietro le quinte della scena pubblica non soltanto l’eliminazione fisica o la repressione violenta dei contestatori e dei dissenzienti (violenza), ma anche ogni forma di cinico disprezzo nei confronti del registro democratico a cui si appellano i critici durante le loro espressioni pubbliche di dissenso.

Ciò ovviamente non significa che l’ipocrisia democratica non possa coabitare con la violenza o il cinismo politici: una delle più tipiche forme di ipocrisia democratica, anzi, consiste proprio nella dissimulazione sistematica del loro osceno esercizio da parte delle autorità. Come scrive Vincenzo Sorrentino, «la mera esistenza di scadenze con libere elezioni costringe i governanti a prodigarsi per ottenere il consenso della maggioranza; questo significa che essi sono portati a nascondere tutto ciò che li potrebbe screditare agli occhi di quest’ultima e, in primo luogo, ciò che potrebbe delegittimare il loro potere. Se i governanti occultano così spesso la loro prassi di governo è perché tale prassi è in contrasto con le regole democratiche e i principi su cui esse si basano, ossia con i principi di legittimazione del potere politico, e perché il venire alla luce di questo contrasto potrebbe far perdere il consenso necessario per governare. È evidente che quanto più questa prassi inconfessabile risponde a interessi e rapporti di forza dominanti nella società, tanto più diffuso diventa il potere invisibile».

D’altra parte, la dissimulazione della violenza e del cinismo non esaurisce l’intero ventaglio dell’ipocrisia democratica, le cui manifestazioni consistono anche e soprattutto in una paradossale simulazione delle istanze democratiche rivendicate dalla critica. In questo caso l’incontestabilità non è semplicemente estorta con la violenza, né ribadita attraverso la rivendicazione di un registro autocratico, ma simulata per mezzo di messinscene apologetiche da parte dei beneficiari diretti o dei portavoce delle asimmetrie di potere contestate. È per mezzo di questo rispetto simulato del registro democratico che le dievrse forme di dominio agite, sostenute o tollerate dagli attori istituzionali vengono immunizzate dalla critica e, dunque, riprodotte o, addirittura, aggravate. A fronte di questo confronto con le altre strategie di immunizzazione politica dalla critica, è possibile definire il fenomeno dell’ipocrisia democratica nei termini di una strategia di immunizzazione nonviolenta delle relazioni di dominio dalla critica in nome delle istanze democratiche veicolate da quest’ultima.

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