Individuo e stato

La società organizzata, da cui successivamente si formò lo stato, fu necessaria per consentire all’umanità la sopravvivenza contro le potenze naturali, tanto quelle esterne, quanto quelle interne dell’istinto. Ma essa fu anche, sin dall’inizio, unita a privilegi, all’irrigidimento di determinate funzioni degli organi sociali, al dominio. Per l’individuo era costantemente incerto se esso, come essere singolo, avesse più da guadagnare che da perdere dalla sua sottomissione all’organizzazione sociale. Dal punto di vista del soddisfacimento immediato del singolo, la rinuncia sembrò prevalere del tutto sul guadagno. Perciò gli uomini, sia quelli che avevano da trarne vantaggi, che gli altri, sono da sempre stati esortati a adeguarsi a questa rinuncia, senza la quale nella realtà nulla prendeva avvio. Ma, nello stesso tempo, si è continuamente fatta sentire l’opposizione dell’individuo a tale rinuncia. Il rapporto tra individuo e stato fu uno dei temi fondamentali della filosofia politica sin dalla Repubblica platonica e dalla critica di essa da parte di Aristotele. Soprattutto quando nell’epoca moderna – la quale ha esplicitamente coniato il concetto di individuo – i legami teologici divennero più deboli, l’individualismo si fece valere in modo sempre più forte nelle teorie dello stato a partire da Hobbes, particolarmente in Locke. All’individualismo sono state avanzate riserve critiche a partire dai più diversi orientamenti, tanto con Rousseau quanto ad esempio con Hegel. Tuttavia esso dominò l’intera teoria liberale dello stato. Quest’ultima ha la sua origine nella coscienza della necessità di un compromesso tra le forze in reciproco contrasto dello stato e degli individui. Questo compromesso costituisce un problema da quando esiste qualcosa come una comunità cittadina di tipo borghese, dunque una forma di socializzazione in cui il tutto si mantiene in vita solo nel conflitto degli interessi dei singoli, come concorrenza sul mercato. O forse, in modo ancora più generale, si potrebbe sostenere che il problema del rapporto tra individuo e stato esiste da quando l’organizzazione degli uomini si è contrapposta alla loro immediata vita in comune come qualcosa di relativamente indipendente.

Già nell’antichità si può poi trovare un modello della questione oggi più urgente per quanto riguarda il rapporto degli individui con lo stato, vale a dire la loro estraneità allo stato. A quanto mi risulta, Jacob Burckhardt ha per primo richiamato l’attenzione su ciò che, a partire dall’Ellenismo, accadde fondamentalmente tra le città-stato e i loro cittadini. Dal momento storico in cui la coscienza greca pose al centro il concetto di individuo e determinò la felicità di questi come il bene più alto, l’individuo ha a poco a poco perso contatto con quegli affari pubblici che inevitabilmente, per il loro stesso significato, toccano la felicità individuale. Ma, proprio nel corso di questo processo, gli individui dell’antichità si sono mostrati disponibili a prestare ubbidienza a tirannie e dittature, purché fosse in qualche modo preservato lo spazio ristretto della loro precaria felicità. Questo sviluppo non vale solo a partire dai tempi di Epicuro e della Stoà, bensì si profila già in Aristotele. Con un buon senso che di tanto in tanto ricorda stili di pensiero tipici del XIX secolo, Aristotele ha contrapposto i bisogni reali dei singoli all’utopia statale totalitaria del suo maestro Platone. Tuttavia egli non scorge più, come nonostante tutto accadeva ancora in Platone, l’idea più elevata nella realizzazione di questi bisogni attraverso le istituzioni razionali dello stato. Al contrario, Aristotele considera il ritiro nel pensiero contemplativo come il più alto ideale. Con ciò si è già approdati ad una rassegnazione nei confronti della dimensione pubblica. Si delinea una profonda contraddizione nel rapporto tra individuo e stato: quanto più l’individuo persegue senza limiti i propri interessi, tanto più esso perde di vista una forma di organizzazione sociale in cui questi interessi sono protetti. Attraverso la sua emancipazione sfrenata l’individuo prepara in un certo qual modo il terreno alla sua stessa oppressione. Un tale sviluppo non ha un effetto positivo sulla costituzione interna dell’individuo, piuttosto quest’ultimo si impoverisce e deperisce sempre più, quanto più si limita a se stesso e alla sua cerchia intima e si dimentica dell’universale. Secondo Burckhardt il mondo greco, dopo Epicuro, non ha più prodotto alcun individuo storico-mondiale. Forse ciò è esagerato. Ad ogni modo già qui si mostra che l’individuo e lo stato non stanno solo in opposizione l’uno con l’altro, ma si condizionano reciprocamente. Il concetto greco dell’individuo, che di certo si distingue profondamente dal concetto moderno, può in generale essere difficilmente pensato in modo indipendente dalla forma delle antiche città-stato.

L’indebolimento dello stato greco non può, inoltre, venire senz’altro attribuito all’affievolirsi delle forze individuali. Piuttosto le piccole città-stato, in cui v’era una sorta di unità trasparente tra gli interessi degli individui e quelli della comunità statale, non corrispondevano più alle condizioni dello sviluppo economico. Sembrava che gli interessi materiali degli individui potessero essere meglio tutelati entro edifici statali più estesi, organizzati centralmente, anche se i cittadini non potevano più controllare questi edifici come controllavano l’Atene del V secolo. Persino nella tarda antichità, quando i destini dei grandi imperi si compivano sopra le teste della popolazione, i ceti più elevati della popolazione cittadina borghese furono per lunghi periodi toccati marginalmente dagli eventi, che spesso contrapponevano giunte militari, cricche abbastanza ristrette. Solo con le migrazioni dei popoli l’estraniazione degli individui dai loro stati fu effettivamente causa di sventura. Nell’antichità il rapporto tra stato e individuo non ha ancora fatto esperienza di quel mortale inasprimento, che solo oggi noi conosciamo. La società antica, infatti, era incomparabilmente meno socializzata di quella moderna in tutti i suoi sistemi. Al giorno d’oggi tutte le funzioni stanno in relazione reciproca e tutte le decisioni politiche statali toccano immediatamente il destino individuale. Se, d’altra parte, gli ordinamenti giuridici promettono all’individuo più protezione che nell’antichità, in compenso i governi totalitari di entrambe le varianti mirano tanto più fervidamente a cassare questi ordinamenti giuridici e a consegnare l’individuo, senza protezioni, all’onnipotenza dell’apparato statale. Questa possibilità, costantemente aperta anche dopo la sconfitta di Hitler – e che oggi giunge a consapevolezza in particolare attraverso la minaccia proveniente dall’Est – rappresenta la forma specifica entro cui noi ci affatichiamo su quel problema antichissimo.

Con l’estraneità moderna allo stato si ha dunque a che fare, nonostante ogni analogia di tipo spengleriano, con una situazione completamente diversa rispetto a quella antica. Dell’estraneità moderna è responsabile non già un difetto di coesione sociale bensì, proprio al contrario, un eccesso: una condizione in cui il singolo è condotto al disinteresse verso lo stato, perché ha la sensazione di non poter nulla sul corso delle cose oggettivamente determinato. Soprattutto in Germania il rapporto tra individuo e stato ha connotazioni tragiche. La Germania non ha preso parte al liberalismo nella sua epoca classica, in cui si era realizzato qualcosa come un equilibrio tra lo stato e il tipo d’individuo caratteristico per quell’epoca. I tedeschi vivevano sotto uno stato autoritario che non comprendeva gli individui come suoi assi portanti, bensì come oggetti dell’amministrazione. Ma oggi, essendo andato in pezzi lo stato autoritario che i nazionalsocialisti avevano esasperato sino alla follia, la stessa forma tradizionale dell’amministrazione statale – la quale non può certamente essere separata dal concetto di nazione – sembra obsoleta. Perciò, l’idea di determinare il proprio stato non ha più, da lungo tempo, quella forza in grado di muovere le masse che essa esercitava ancora nel XIX secolo. Gli individui sospettano, consapevolmente o ciecamente, che la loro vita non dipenda realmente dalla politica statale, bensì da quei processi in certo modo elementari che, al di sotto della forma d’organizzazione statale, si svolgono nel centro stesso della società.

Il popolo tedesco non si è mai riconosciuto come identico con il proprio stato. Quest’ultimo fu costantemente percepito, nel migliore dei casi, come benevolo, ma per lo più come una potenza minacciosa che riscuote le tasse, prepara guerre, in ogni caso una potenza estranea. Nel periodo dello sviluppo industriale si ebbero certamente vantaggi di ogni sorta, però dallo stato c’era sempre da aspettarsi piuttosto qualcosa di negativo, persino se non si apparteneva a quelle classi che stavano in conflitto immediato con la potenza statale. Questo è forse l’ambito in cui la differenza tra il clima politico negli Stati Uniti e in Germania è più evidente. Lo stato americano, infatti, viene senza dubbio percepito dai suoi cittadini come una forma di organizzazione sociale, tuttavia mai come un’autorità che sta sospesa sopra la vita degli individui e impartisce loro ordini o come un’autorità assoluta. L’assenza di quella sfera dell’ufficialità, che è così caratteristica per gli stati europei, ma soprattutto la non esistenza dell’apparato dei funzionari pubblici di professione e di tutte le rappresentazioni connesse a tale apparato, fanno parte delle esperienze più forti cui viene sottoposto chi emigra in America. La mancanza di ogni feticismo statale negli stati anglosassoni, soprattutto in America, rende il rapporto tra l’individuo e lo stato molto più semplice. Se è possibile che anche in quei luoghi, come ovunque, parti rilevanti della popolazione si comportino con disinteresse verso lo stato, tuttavia esse non hanno la sensazione che lo stato sia qualcosa d’altro, qualcosa al di fuori di loro, un essere in sé da cui dover essere comandate dispoticamente. Questa sfumatura comporta una relazione più felice tra la suprema forma di organizzazione sociale e i suoi cittadini.

In Germania le masse poterono tuttavia identificarsi a volte con lo stato come con un padre forte e tirannico. Ad esso non furono però mai identiche. Proprio la coscienza, mai superata, dell’estraneità allo stato ha successivamente condotto alla feroce esasperazione della fede nello stato sotto il regime autoritario. Con ciò il regime seppe approfittare tanto dell’estraneità allo stato della popolazione tedesca, quanto della sua disponibilità ad innalzare lo stato a una divinità per non doverlo odiare. Il Terzo Reich, non a caso, ha raddoppiato l’intero meccanismo dello stato e dei suoi funzionari attraverso la macchina del partito e dei suoi funzionari contrapposti a quelli statali. In tal modo si doveva sottrarre agli uomini la loro sensazione d’estraneità rispetto allo stato e, contemporaneamente, promuovere la loro subordinazione alla burocrazia del partito, la quale aveva il comando dello stato. L’estraneità allo stato venne dunque rafforzata realmente e, nello stesso tempo, occultata nell’ideologia.

Dopo il disastro, il rapporto tra individuo e stato solleva problemi che non possono essere padroneggiati con il ricorso a consigli benevoli e ad esortazioni a prendere parte più intensamente alle faccende politico-statali. Oggi il disgusto verso l’autorità incarnata dalla tradizione dello stato autoritario tedesco si mostra paradossalmente connesso con uno stato che viene accusato d’impotenza. Il pericolo è che, in questa situazione, cresca di nuovo la disponibilità degli uomini a cancellarsi e ad abbandonarsi a forze statali dispotiche – non importa di quale colore – dal momento che essi, in generale, solo dalla potenza e dalla grandezza dell’organizzazione si aspettano ancora qualcosa. Questa sarebbe una beffa per la conciliazione dello stato e dell’individuo, la mera negazione ed oppressione dell’individuale, in cui si perpetua l’antica opposizione. Pertanto, l’appello a prendere parte alle vicende dello stato non è in verità così vuoto come esso risuona alle orecchie degli uomini. In fin dei conti il proprio destino dipenderà effettivamente dalla coscienza della necessità di dare forma da se stessi al proprio stato. La letargia nei confronti dello stato non è una qualità naturale: al contrario essa viene meno non appena al popolo risulta chiaro che esso stesso è, in realtà, lo stato e che quest’ultimo non costituisce per nulla un dominio specialistico della politica, amministrato da alcuni esperti per il resto dell’umanità. Per rinforzare questa vivente consapevolezza, è soprattutto importante risvegliare l’attenzione verso i veri legami che sussistono tra la dimensione pubblica e il destino individuale. La cecità del destino individuale deriva, in gran misura, dal fatto che gli individui si misconoscono come meri oggetti e non si sanno come assi portanti della storia. È necessario togliere quest’apparenza. Tra i compiti delle scienze sociali, che oggi in Germania partecipano al processo della ricostruzione, il più importante consiste forse nel promuovere la conoscenza del problema – insolubile in termini puramente istituzionali – del rapporto tra l’individuo e lo stato, a partire dalla sua radice, dunque a partire dal processo vitale della società.

Estratto da Theodor W. Adorno, La crisi dell’individuo (Orthotes 2025)

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