Giusi Venuti, Il vero si tocca. Del gesto che pensa

C’è un sapere che non si dimostra: si abita. Non si accumula nella mente, si deposita nel corpo ‒ nel gesto che, toccando, pensa. Muovendo dalla fenomenologia, Il vero si tocca sostiene che la verità non sia soltanto ciò che si argomenta, ma ciò che si incontra con tutto il corpo, là dove il conoscere smette di essere possesso e si fa presenza.

Su questa soglia il libro interroga la corporeità, la vulnerabilità e l’esperienza della cura ‒ non come questioni cliniche, ma come forme originarie del senso ‒ e fa della lingua e della cultura siciliane una risorsa poetica e conoscitiva, non un colore locale. Ne nasce un’opera che è insieme trattato e autobiografia del pensiero, in cui filosofia, parola poetica ed esperienza della salute ‒ e del suo limite ‒ si tengono in un’unica voce.

C’è una parola che abbiamo imparato a pronunciare senza abitare davvero: vulnerabilità.

La trattiamo come una condizione tra le altre, quasi un incidente – qualcosa che riguarda chi può essere ferito. Ma non è così.

È la forma stessa del nostro stare al mondo.

Non arriva dopo: viene prima.

Non riguarda alcuni: è condizione comune.

Prima della malattia, prima dell’ingiustizia, prima ancora che qualcosa accada.

Vale la pena distinguerla dalla fragilità, con cui spesso si confonde. La fragilità è impotenza dinanzi a una minaccia – il bicchiere che si rompe, il corpo che cede. La vulnerabilità è qualcosa di diverso: è la debolezza strutturale che nasce dall’abbandono della sicurezza dell’inanimato per un rapporto più ricco e più rischioso con il mondo. Il vivente è vulnerabile non perché sia difettoso, ma perché si è esposto – perché ha scelto la relazione invece della chiusura.

In questo senso la vulnerabilità non è solo il prezzo della vita: è la sua forma.

Da qui ha preso avvio una delle riflessioni morali più vive degli ultimi decenni: l’etica della cura. E il suo merito è stato reale. Ha riportato alla luce ciò che la filosofia aveva lasciato nell’ombra: le notti senza sonno, i corpi accuditi, le vite tenute insieme perché altre vite potessero dirsi autonome. Un lavoro senza nome, senza contratto, senza voce.

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