Il tempo di Pluriverso

L’idea di un universo plurale di alternative al capitalismo è qualcosa di relativamente recente, la cui presenza resta ancora marginale nel dibattito politico, nonostante sia il risultato naturale dell’affermazione dei recenti movimenti antisistemici, delle lotte per il superamento dell’eredità coloniale e del patriarcato, della rielaborazione del pensiero marxista, di quello socialista e di quello libertario. Negli ultimi decenni, in particolare, la critica allo sviluppo si è rivelata l’ambito principale in cui si è potuto pensare un’alternativa ai grandi progetti sociali della modernità, incluse le grandi esperienze di gestione collettivista dell’economia. Ciò ha comportato anche una diversa lettura della storia più recente e il ripensamento delle principali utopie sulle società liberate. In questo quadro l’irruzione delle visioni non-coloniali nella costruzione delle alternative sociali ha giocato un ruolo centrale, sebbene essa non abbia ancora pienamente dimostrato tutta la sua capacità di trasformare le categorie rivoluzionarie e la visione del nostro futuro. La critica decoloniale si è imposta soprattutto come lotta per il superamento dell’idea di un progetto civilizzatore portato avanti dall’Occidente. Decolonizzare le categorie significa tuttavia anche poter definire i processi di mutamento in modo differente, situando l’analisi al di fuori del determinismo storico della civiltà occidentale, al di là delle gerarchie che l’hanno sostenuta e che ancora sostengono l’architettura della società globale.

Le diverse iniziative tese a pensare, progettare e sperimentare l’idea di una società plurale e realizzabile in cui possano coesistere principi differenti di costruzione della realtà fanno parte di tale processo. Queste esperienze si sono affermate in un momento storico marcato da grandi trasformazioni che coinvolgono a un livello profondo tutte le forme di vita del pianeta e che porteranno in ogni caso a una grande metamorfosi della società globale. Il progetto di Pluriverso nasce quindi in un momento cruciale della storia del capitalismo, ma anche dei suoi movimenti di opposizione. Rispetto a ciò, la sua traduzione italiana esce tuttavia in una fase molto distinta rispetto a quella della prima edizione del testo, nonostante sia passato solo un anno. Il pianeta affronta una crisi sanitaria globale, ennesima dimostrazione tangibile della contraddizione ecologica in cui si muove lo sviluppo capitalistico; al contempo accelera il processo di crisi economica intorno a cui ruoterà la politica globale nei prossimi anni. La differenza però non coinvolge solo la particolare condizione in cui versa il capitalismo globale, ma è anche definita dalle novità interne al pensiero critico. Nel 2013, anno di inizio del progetto editoriale originale, i conflitti ambientali, nonostante indicassero già per numero e intensità una novità politica di grande rilievo diffusa in tutto il pianeta, erano ancora considerati un fenomeno marginale dalla maggior parte del dibattito accademico e politico. Dal canto suo, Pluriverso nasceva anche dall’idea che queste esperienze si stessero orientando verso la costruzione di spazi di confronto, raccogliendosi intorno a campagne politiche o rivendicazioni comuni. Da allora la comprensione dell’importanza dei movimenti socio-ecologici è cresciuta, rafforzata anche dall’affermazione del primo movimento planetario per la giustizia climatica, in un processo in cui pure è evidente l’importanza assunta dall’esplosione del movimento globale contro il patriarcato. Stanno anche cambiando le forme del conflitto politico e le modalità con cui si costruiscono gli spazi di confronto. Esperienze molto diverse tra loro come le ZAD francesi e il movimento Black Lives Matter, per esempio, hanno presentato interpretazioni dello spazio abitato convergenti e proposte di alternative compatibili. Il superamento del patriarcato e la giustizia ambientale sono elementi forti di rivendicazioni politiche che si trovano nelle esperienze di economia solidale e popolare dell’America Latina e nella Federazione Democratica del Rojava nella Siria del Nord.

Non si tratta più dunque – per lo meno, non soltanto – di criticare le categorie di sviluppo e di crescita, di indicarne l’incapacità di cogliere appieno il senso della complessità, ma di definire un universo plurale di alternative al capitalismo, che si realizza già in molte pratiche concrete. Un punto di forza di questo Dizionario è proprio la possibilità di leggere le dinamiche attuali utilizzando i lemmi che suggerisce o seguendo i dibattiti che sintetizza. Se la prima parte del volume definisce la società globale attraverso la critica allo sviluppo, mentre la seconda sintetizza le proposte di soluzione che provano a mantenersi nel solco del sistema sociale che ha prodotto il disastro e nella proposta di modelli universalizzanti, è la terza parte che può essere considerata un vero dizionario per l’alternativa, essa è infatti propriamente una nomenclatura dei lemmi che classificano le iniziative per la trasformazione.

Pluriverso nel dibattito dell’ecologia politica italiana

La traduzione italiana di Pluriverso interviene anche in un momento di passaggio di un dibattito locale. Alla sua realizzazione hanno collaborato un gran numero di studiose e studiosi coinvolte a vario titolo nel dibattito sull’ecologia politica. È stata una scelta importante perché il progetto di traduzione si realizzasse come risultato di un impegno politico e culturale, ma anche di un confronto teorico che negli ultimi anni si è allargato e inizia ad avere un certo riscontro, per partecipazione e per la quantità di questioni che sta ponendo: dal ripensamento della struttura dualista della tradizione occidentale moderna alla critica dell’idea di natura, dalla revisione dell’eredità marxista al problema di integrare tutto ciò in una nuova proposta di metodo. Si è trattato in questo senso di una scelta editoriale ancor più militante, se possibile, rispetto a quella dell’edizione originale – coerente con la ricerca di una grande partecipazione collettiva e con una fase in cui si sta consolidando un dialogo aperto tra l’esperienza dei movimenti per la giustizia ambientale e climatica e l’ecologia politica italiana.

Questo dibattito si sta articolando in modo peculiare, anche attraverso l’incontro tra la ricerca e le riflessioni politiche sul mutamento, soprattutto perché risponde alla storia del paese e alle grandi esperienze di conflitti politici e sociali che l’hanno segnata nell’ultimo secolo. La storia del capitalismo italiano è costellata da disastri ambientali e grandi progetti di sfruttamento delle risorse. Qui i progetti di sviluppo economico si sono affermati con una modalità aggressiva, fortemente dipendente dagli investimenti pubblici e da un’idea particolarmente persistente del ruolo delle grandi opere nel rilancio dell’economia.

Tale processo si è sostenuto più facilmente sullo sfruttamento di aree considerate come sacrificabili, producendo disastri ambientali e sanitari all’interno di un’ottica predatoria e del tutto scollegata dalla realtà sociale e dai mutamenti generali del sistema economico globale. Dentro questa visione sta anche il divario sociale, la specifica modalità con cui si articola a livello locale la tendenza a scaricare il rischio ecologico e sanitario sulle fasce più debilitate della popolazione. Vivere sulla soglia di povertà implica l’abitare in aree malsane, essere maggiormente esposti ai danni prodotti dal mutamento climatico e subire in modo più immediato i riflessi economici delle crisi ambientali. Sono d’altronde queste le modalità in cui la società delle aree ricche del pianeta si è ridefinita nel quarantennio neoliberale.

La fisionomia che sta assumendo l’ecologia politica italiana si radica dunque nella storia delle lotte ambientali nel paese, nel legame tra i conflitti attuali e la lunga elaborazione che ha portato una parte del movimento operaio a occuparsi delle problematiche ecologiche. Inoltre, negli ultimi decenni si sono anche susseguiti centinaia di casi di conflitti ecologici, processi in cui le comunità locali si trovavano in opposizione agli interessi di grandi compagnie e lo stato interveniva per sottrarre alla politica locale la capacità decisionale. Il numero e le modalità indicano una trasformazione della società locale e anche un mutamento nella percezione del problema. Dentro queste esperienze si è consumato un passaggio importante verso la consapevolezza che la critica al sistema di produzione e consumo capitalista deve accogliere al suo interno anche un ragionamento sulla riproduzione della vita. Non a caso, la traduzione di Pluriverse viene pubblicata poco dopo che Fridays for Future e più in generale i movimenti per la giustizia climatica hanno dimostrato come sia possibile costruire grandi rivendicazioni politiche sul mutamento climatico, come non sia più un problema percepito come lontano nel tempo o astratto. In questo contesto è anche molto più semplice osservare come i movimenti femministi e decoloniali esprimano le stesse rivendicazioni che emergono dai conflitti ambientali, come sia impossibile scindere le varie problematiche.

Un dizionario oltre la crisi

Se il legame tra l’ecologia politica come spazio di dibattito accademico e le esperienze di conflittualità sociale radicate nei territori non è una novità assoluta, nel contesto attuale di trasformazione del capitalismo e delle sue forme di opposizione la questione ecologica assume un valore politico anche perché aggiorna l’analisi sul mutamento sociale determinato dalle crisi in corso (climatica, sanitaria, economica). Un dizionario del post-sviluppo che raccoglie quelle che sono state e sono le esperienze globali di elaborazione critica, di lotta e costruzione di immaginari altri si rivela particolarmente utile in questo contesto.

I curatori del volume, nella loro introduzione, ricorrono a una citazione di Antonio Gramsci per definire la crisi, una citazione che negli ultimi anni è stata ripresa in varie occasioni per la capacità di sintetizzare anche la dinamica tra proposte di mutamento e processi di conservazione: «il vecchio sta morendo e il nuovo non può nascere». Rispetto a questa visione, la tesi di fondo che ha guidato la raccolta dei testi è che la novità in realtà stia emergendo con una modalità che si discosta dalla storia delle utopie moderne. L’elemento di maggiore novità è dato dal fatto che la maggior parte delle parole che potremmo introdurre nel nostro vocabolario del mutamento si formano e nutrono in quello che il dibattito postcoloniale ha definito come il margine: la linea di esclusione permanente che ormai include la maggior parte degli abitanti del pianeta, separandoli dalla ricchezza accumulata. Molte di queste esperienze politiche che si sono affermate negli ultimi decenni hanno faticato a ottenere un riconoscimento, ma stanno anche fornendo delle grandi occasioni per il cambiamento.

L’idea di realizzare una versione italiana del testo deriva dunque anche dalla volontà di discutere delle novità che stanno emergendo, dalle esperienze politiche e dalle contraddizioni interne al sistema, seguendo una tesi già avanzata da Samir Amin, per cui l’innovazione proviene sempre dalla periferia e si trasferisce al centro di un sistema sociale quando assume la capacità di diventare egemone. Oggi sono cambiate sensibilmente le differenziazioni territoriali e le geografie del capitale, in un processo per cui i margini di esclusione non possiedono più solo il connotato dato dall’eredità coloniale della differenza tra Nord e Sud globali, ma si riproducono continuamente lungo le gerarchie stabilite di classe, genere e razza anche all’interno di quelli che erano i centri dell’accumulazione capitalista e verso cui venivano diretti i frutti della spoliazione coloniale.

Su questo sfondo, e nel momento in cui la quotidianità di milioni di persone sul pianeta è scandita dalla tensione tra crisi sistemiche, nuove soluzioni sviluppiste e visioni alternative che emergono dalla materialità del mutamento sociale e dal conflitto, la convergenza possibile tra neomarxismo, ecofemminismo, pensiero decoloniale, studi postcoloniali, ecologia libertaria, teorizzata in questo testo rimane un progetto teorico, politico e culturale di fondamentale importanza. Certamente, a chi si avvicini al testo risulterà difficile accogliere ognuna delle molteplici voci che compongono la complessa “tessitura delle alternative” del Pluriverso. Tuttavia, esso ci pare uno sforzo fondamentale nel creare un campo di incontro, di confronto produttivo e inclusivo, tra esperienze diverse e geograficamente distanti tra loro. Tale progetto contribuisce a riattualizzare gli slogan di due movimenti chiave della contemporaneità: da un lato, quello zapatista che recitava l’importanza di produrre un mondo dove convivano e trovino spazio molti mondi; dall’altro, quello di un mondo altro scandito dal movimento no-global. Lo sviluppo è allora ripensato nell’ottica di un suo “dopo” che ne spezza la linearità uniformante, nella consapevolezza, sempre aperta, che altri mondi sono già sempre attuali.

“Introduzione” di Maura Benegiamo, Alice Dal Gobbo, Emanuele Leonardi, Salvo Torre a Pluriverso. Dizionario del post-sviluppo, Orthotes 2021

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