Ad oggi, l’insegnamento di Lacan è stato largamente assorbito da quello che lui stesso definiva sprezzantemente «il discorso dell’Università»: ogni anno il nome di Lacan appare in decine o persino centinaia di pubblicazioni, che spaziano dalla psicoanalisi alla filosofia, diramandosi sino alla letteratura, le scienze sociali e persino l’architettura. Tuttavia la sua attuale ricezione rimane ancora drasticamente oscurata da tre importanti punti ciechi, che questo libro definisce “oscurantismi”: tre specifici momenti che, per ragioni principalmente editoriali (si tratta di contributi ancora inediti) sono rimasti tagliati fuori dalle valutazioni complessive del suo insegnamento. Tali zone oscure, che contribuiscono ad alimentare ulteriormente la penombra leggendaria di Lacan e a ribadire la sua nomea di autore “difficile”, hanno esercitato negli anni un effetto di vera e propria conservazione – se non persino di immunizzazione – restituendoci un’immagine di Lacan ridimensionata, inevitabilmente omologata alla sua identità editoriale. Questo libro mira a scardinare il terzo oscurantismo lacaniano, e cioè la sequenza finale dei Seminari dello psicoanalista francese (xxi, xxii, xxiv, xxv, xxvi, xxvii), fornendo un’introduzione critica al pensiero del tardo e dell’ultimo Lacan. Analizzando i concetti chiave di questo periodo (la costitutiva “stupidità” del sapere, il nodo borromeo, la spazialità, la metalingua, l’ipotesi del terzo sesso, la temporalità e l’inconscio une-bévue), il libro intende mostrare come la conclusione logica dell’insegnamento di Lacan corrisponda necessariamente alla sua conclusione cronologica, e cioè ad un Seminario Perpetuo.

L’inconscio une-bévue

Il criticismo di Lacan nei confronti di Freud raggiunge il suo picco nel Seminario XXIV, con l’introduzione del neologismo trans-linguistico dell’une-bévue. Questo curioso termine, sommariamente traducibile dal francese come “una svista”, è ricavato dalla translitterazione delle tre principali consonanti dell’inconscio freudiano, l’Unbewusst, cioè N/B/V. L’equivoca omofonia del termine non è un semplice gioco di parole, ma ha prima di tutto una funzione critica: essa si propone di scuotere l’inconscio freudiano fin nelle sue fondamenta, separando la sua componente materialista da quella più ideologica e strumentale di istanza psichica.

Come ha fatto opportunamente notare Mayette Viltard, prima di pronunciarsi definitivamente «freudiano» nella lezione di Caracas del 1980, Lacan ingaggia un «nuovo rapporto […] nei confronti di Freud», non più contraddistinto dal mantra del “ritorno”, ma deciso a «testimoniare la verità dell’esperienza freudiana», a costo di portare alla luce alcuni passi falsi del padre della psicoanalisi. L’une-bévue, in questo senso, è la verità rimossa della psicoanalisi freudiana, ciò che per poter divenire quella che è oggi, la psicoanalisi ha dovuto inequivocabilmente cancellare. Come vedremo più avanti, la proposta dell’une-bévue non propone affatto di scalzare la vecchia traduzione dell’inconscio, né di fondare una dottrina psicoanalitica parallela a quella freudiana. Piuttosto, considerando la sua effimera comparsa (il termine appare tematicamente solo nel Seminario XXIV e dintorni), viene da pensare che esso costituisca un’impalcatura provvisoria che permetta, da un lato, di prolungare il discorso joyciano sul “disabbonamento” all’inconscio e, dall’altro, di intraprendere un’indagine serrata che ridiscuta criticamente i principali dogmi della psicoanalisi (l’Edipo, la funzione dell’interpretazione, il mentale come “mondo interno” ecc.), dimostrandone l’artificiosità e, in certi casi, l’illegittimità. Dunque, a dispetto della verve aggressiva e a volte sprezzante di Lacan («questo inconscio di cui Freud non aveva compreso proprio nulla»), l’une-bévue e ciò che vi vortica attorno non si pongono come una clamorosa negazione del freudismo, quanto piuttosto come la sua esasperata riaffermazione.

L’une-bévue non è l’inconscio lacaniano ma, per citare il titolo di un noto libro di Roudinesco, è l’inconscio freudiano “nonostante tutto” [envers et contre tout]: lungi dal voler subentrare a Freud, autonominandosi come nuovo e ulteriore “padre” della psicoanalisi, la crociata contro l’inconscio del Seminario XXIV promossa da Lacan deve essere intesa prima di tutto come un’estensione dell’inconscio, e non la sua definitiva messa a bando.

Nonostante non sia stato Freud a creare il termine “inconscio”, è solo con lui che esso acquisisce la sua «incidenza» definitiva, più importante e, per certi versi, stravolgente. Come dice Lacan durante una sua conferenza del 1967, l’inconscio «esiste da sempre», ma è solo con Freud che esso diventa «un fatto nuovo» , qualcosa di puramente razionale.

Recensioni

202030ago2:00 pmChe dire del reale? Sul Seminario Perpetuodi Felice Cimatti2:00 pm Fata Morgana Web, RendeRassegna stampa:Il Seminario Perpetuo. Il tardo e l’ultimo Lacan

202030mag2:00 pmRepubblica: Lo scherzo di Lacandi Massimo Recalcati2:00 pm la Repubblica, RomaRassegna stampa:Il Seminario Perpetuo. Il tardo e l’ultimo Lacan

202025mag2:00 pmSovrapposizioni: L'insaputo sulla schiena del saperedi Sara Fontanelli2:00 pm Sovrapposizioni, MilanoRassegna stampa:Il Seminario Perpetuo. Il tardo e l’ultimo Lacan

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