Massimo Borghesi, Il male necessario. L’etica del superuomo nel manicheismo romantico

Sono più di due secoli che la cultura europea accarezza il male, lo blandisce, lo giustifica. Il negativo comunica vertigine, delirio di onnipotenza, emozioni inconfessabili; illumina di bagliori rossastri i sentieri proibiti, gli abissi della notte, le vette ghiacciate. Colora di sé il peculiare titanismo moderno, il mito di Prometeo che, dal Romanticismo in avanti, attraversa la cultura europea.

Il volume mette a fuoco il modello etico che sta alla base dell’idea di superuomo: quello che sorge dalla mescolanza di luce e tenebre, bene e male, Dio e il diavolo. Il manicheismo nuovo non teme il negativo. Memore del patto di Faust lo utilizza come impulso per arricchire la vita, la potenza, il progresso. Sarà Hegel, con la sua dialettica, a consacrare il patto con il Serpente, a siglare l’idea, destinata ad avere grande fortuna, per cui il bene può sorgere solo “attraverso” la mediazione del male. Il male – ed è la prima volta che ciò accade – diviene ora necessario.

L“introiezione” del male che il pensiero europeo ha legittimato nel corso dell’era moderna implica una riformulazione della nozione di secolarizzazione, una nozione che non può significare la mera uscita dell’umanità dalla dimensione religiosa. Il “male” non è infatti un mero dato “naturale”, una pura questione di “istinti” come vorrebbe un’antropologia di tipo darwinista, ma rimane un enigma, una potenza che si oppone alla ragione, una forza distruttiva e caotica foriera di morte. La coincidentia oppositorum di Abraxas, il dio bicefalo, appare, sotto questo punto di vista, come una pretesa smisurata. Come se il male, il cavallo nero del Fedro platonico, potesse essere addomesticato, ammansito, utilizzato per dare forza ed energia al cavallo bianco. Questa pretesa, al cuore della secolarizzazione “romantica”, ne svela l’opzione “religiosa”. La legittimazione del male implica, infatti, la sua transvalutazione, la sua trasfigurazione nell’ottica della vita o del progresso, la sua forza “redentiva”. Abraxas è un dio, al pari di Prometeo o di Dioniso. Le potenze della secolarizzazione sono potenze divine che si oppongono al cristianesimo nella sua pretesa “redentiva”. La lotta è sul terreno del male. Con ciò viene alla luce la vera natura del razionalismo, quella celata dalla sua pretesa di rappresentare la luce del giorno di contro alle tenebre dell’irrazionale. In realtà il filone forte del razionalismo moderno, quello che trova il suo modello nella teodicea panteista, sta nella giustificazione “soteriologica” del male. La ragione è via di salvezza nella misura in cui “assolve” l’umano dai suoi peccati, lo innalza al punto di vista superiore situato al di là del bene e del male, al di là delle distinzioni della coscienza dell’uomo comune. Il “vero” bene è raggiunto mediante la cooperazione del male. In tal modo il razionalismo appare come una luce che nasconde la sua ombra, quel “negativo” a cui Hegel ha dato una veste speculativamente sontuosa mediante la sua dialettica. La secolarizzazione, che trova proprio in Hegel il suo modello esemplare, non potrà allora indicare, alla maniera illuministica, l’uscita dell’uomo dalla dimensione religiosa. Se il male diviene un momento necessario per lo sviluppo della ragione allora il movimento della secolarizzazione – il passaggio dalla trascendenza divina all’immanenza mondana – sarà esso stesso un movimento “religioso”, un moto di redenzione. Una dimensione, questa, non riconosciuta dalla cultura illuminista per la quale il sacro e il religioso vengono analizzati in sede etnologico-antropologica. Al fondo v’è 1’idea, codificata dal pensiero positivistico della seconda metà dell’800, che la religiosità sia una caratteristica dell’uomo premoderno segnato nella sua mentalità, dal timore di fronte alla natura non ancora dominata dalla scienza e dalla tecnica. La religione viene, in questa prospettiva, considerata come il riflesso del “sacro” naturale, ovvero di una visione non obiettiva delle cose che il pensiero scientifico, consentendo il dominio della realtà, viene inesorabilmente dissipando. Se l’idea di Dio sorge dalla paura di fronte ad un mondo ostile e minaccioso quest’idea verrà meno con la de-sacralizzazione del mondo e il passaggio ad una versione profana e secolare del medesimo. Si tratta di una prospettiva divenuta talmente consueta da non necessitare di alcuna giustificazione. Per essa ogni manifestazione del religioso all’interno della modernità non può che assumere l’aspetto del “residuo”, della sopravvivenza di un modello arcaico la cui esistenza può spiegarsi solo come reazione. Resistenza antimoderna allo svolgersi di un progetto storico ineluttabile ed irreversibile. Allo scopo la tripartizione storiografica tra antico, medievale, moderno, assume il valore normativo-assiologico di un tempo segnato dal “non ritorno”. La visione religiosa del mondo è tramontata, essa appartiene ad un passato, contrassegnato dall’adolescenza dell’umanità, che, nell’età adulta, non può più tornare. Questa prospettiva, comune nell’ambito storiografico del ’900, risulta tuttavia inaccettabile.

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