C’è un gesto che inaugura la lunga transizione alla modernità politica prima ancora che essa disponga dei concetti per pensarsi come tale. È quello che compie Alessandro VI nel 1494 quando traccia una linea su una mappa ancora piena di zone vuote: la raya. Da quella linea nasce qualcosa di più profondo di una semplice spartizione coloniale. Non è una battaglia, né una rivoluzione, non una fondazione, ma è l’emergere di un piano astratto su cui tutto il resto potrà dispiegarsi. È qui che prende avvio la lunga transizione alla modernità: una trasformazione discreta e radicale del cosmo in spazio. Il cosmo e il piano segue quella trasformazione ripercorrendo la grammatica spaziale di mappe, immagini, oggetti-storia, fino alle foto di sonde interstellari, ricostruendo la formazione di quel trascendentale spaziale che ha reso possibile l’ordine politico moderno, ma anche le sue promesse di emancipazione e le sue violenze.
Oggi che lo spazio si fa instabile, che eccede il piano che lo aveva reso governabile, continua tuttavia a essere attraversato dalle sue logiche. È in questa tensione che si situa il presente: tra un dispositivo che non regge più e l’impossibilità di pensare del tutto al di fuori di esso.
Il libro di Marcello Boemio, Il cosmo e il piano. Genealogia e dissoluzione dello spazio moderno, si inserisce a pieno titolo nel dibattito sulla fine della modernità e sulla possibilità o meno di un suo superamento. L’idea di fondo da cui nasce il testo è che le categorie moderne – Stato, confine, territorio – seppur in crisi, sono “lungi dall’essere superate”, “esse vacillano, ma non vengono abbandonate; perdono evidenza, ma non cessano di funzionare”. Contro la tesi che fa del tempo il proprium della modernità, Boemio propone una genealogia dello spazio moderno e descrive il lungo travaglio con cui lo spazio si separa dal luogo e si costruisce come un continuo omogeneo, misurabile e astratto attraverso l’imposizione di un piano, una forma preliminare trasparente che precede ogni contenuto possibile.
L’ordine dei capitoli, che seguono la storia cronologica delle configurazioni dello spazio, dall’antica Grecia fino alla modernità tarda, non risponde né a una logica storicista, né a una storia metafisica, di matrice heideggeriana. Per Boemio la modernità, infatti, è figlia di una discontinuità radicale; del gesto tragico del sacrificio della tridimensionalità, del cosmo e, con esso, di ogni immagine del mondo. Il piano rappresenta, pertanto, quell’originario “trascendentale spaziale” che, sacrificando ogni orizzonte qualitativo all’efficienza semplificatrice, rende possibile la razionalizzazione del mondo e, con essa, l’indefinito movimento di manipolazione del reale, dei corpi, delle popolazioni e della natura.
Così, facendo interagire la prospettiva del giurista Carl Schmitt con quella del geografo Franco Farinelli, Boemio vede nel lungo percorso della riduzione del cosmo a piano l’opera di una ragione cartografica che non si limita a descrivere il luogo o il territorio, ma produce lo spazio liscio moderno, attraverso un atto di neutralizzazione: “il nomos della modernità”, insomma, “non si fonda sulla presa di una terra”, come vorrebbe Schmitt, “ma sul tracciare linee su una mappa”.
Il percorso lungo e discontinuo, che porta prima alla formazione dello spazio moderno e poi alla sua dissoluzione, viene ricostruito e descritto, nel testo, attraverso un’analisi intensiva di quelli che l’autore chiama “oggetti-storia”, interrogati nella loro grammatica spaziale e assunti nella loro funzione paradigmatica, con un metodo “sintomatologico”. Il lettore imparerà così a riconoscere i punti di emergenza, le trasformazioni e le persistenze del dispositivo spaziale moderno e la sua dissoluzione, osservando cartine, opere letterarie, mappamondi, dipinti e infine foto– di cui alcune riproduzioni sono anche presenti in una appendice iconografica essenziale. Emblematiche, in tal senso, sono la funzione euristica del fazzoletto (bianco e bidimensionale) sottratto surrettiziamente da Iago a Desdemona, moglie di Otello nell‘omonima tragedia di Shakespeare o la funzione uniformante dello sguardo dall’alto della civetta riprodotta sulle Dracme ateniesi risalenti al VI secolo a.C. Allo stesso modo, è paradigmatica La lezione di anatomia del dottor Tulp, rappresentazione pittorica della lezione pubblica del medico Nicolaes Tulp realizzata nel 1632 da Rembrant che Marcello Boemio sceglie per rappresentare il grande mimetismo, attraverso cui il mondo diviene la propria rappresentazione originando la modernità.
[dalla Prefazione di Anna Pia Ruoppo e Irene Viparelli]