I Dati dell’etica, pubblicati per la prima volta nel 1879, costituiscono la prima parte dei Principles of Ethics, la principale opera di filosofia morale di Herbert Spencer, ed espongono i fondamenti teorici del suo pensiero etico, a partire da cui svilupperà una specifica versione di utilitarismo liberale basata sul rispetto dei diritti morali individuali. L’ambizione principale dell’opera è fornire una fondazione scientifica all’etica, radicandola nella teoria dell’evoluzione. A partire da un’analisi della condotta dalle sue forme più semplici e sulla base del principio dell’adattamento degli organismi alle condizioni della propria esistenza, Spencer elabora una teoria etica che ha come fine l’incremento della felicità secondo regole dedotte dalle leggi della vita, associa il progresso evolutivo al progresso morale e prevede una graduale conciliazione di egoismo ed altruismo. Le tesi di Spencer sono state centrali nel dibattito di fine Ottocento e inizio Novecento, come mostrano le disamine di autori quali Sidgwick, Huxley e Moore. La teoria morale di Spencer si configura come una forma originale di utilitarismo e rappresenta un classico della tradizione individualistica, che suggerisce spunti rilevanti ancora oggi sul rapporto tra etica e scienza e la possibile dimensione normativa della teoria dell’evoluzione.
Le teorie etiche utilitaristiche, che com’è noto valutano le proprietà normative delle azioni esclusivamente sulla base delle loro conseguenze e prescrivono come giuste le azioni che massimizzano un certo bene o valore, hanno come componente fondamentale una teoria assiologica, che individua il valore da promuovere e massimizzare. Il cosiddetto utilitarismo classico, a cui appartengono le teorie di Jeremy Bentham, John Stuart Mill e Henry Sidgwick, si caratterizza per l’adozione di una teoria assiologica edonistica, che identifica cioè il valore fondamentale con il piacere o la felicità – definita a sua volta in termini di piacere. Consideriamo anzitutto la dimensione assiologica della teoria di Spencer, che condivide tale approccio edonistico, e vediamo come l’evoluzione assuma per lui un ruolo preminente nell’incremento del piacere.
Nel terzo capitolo dei Data of Ethics, dopo aver illustrato l’uso delle parole “buono” e “cattivo” nel linguaggio comune e in particolare nelle valutazioni della condotta, Spencer afferma che «è buono universalmente ciò che è piacevole» e ribadisce a più riprese la sua adesione all’edonismo individuando il «fine supremo» nella felicità. In una importante lettera a Mill scritta dopo l’uscita dell’ultimo capitolo di Utilitarianism, pubblicata parzialmente nei Data of Ethics e integralmente nel secondo volume della sua autobiografia, Spencer dichiara di non riconoscersi nell’appellativo di «anti-utilitarista» che Mill gli aveva riservato e anzi di condividere con gli utilitaristi il riconoscimento della felicità come fine ultimo. Un altro aspetto che rende Spencer affine all’approccio utilitarista è l’impostazione che prevede la massimizzazione del bene fondamentale individuato: l’etica spenceriana ha come fine ultimo la massima felicità, per ciascun individuo e per tutti, ossia «sia individuale sia collettiva».
[Dalla Postfazione di Giulia Cantamessi]