Nell’articolo Cogito e storia della follia, apparso nel 1963 sulla Revue de Métaphysique et de Morale, Jacques Derrida si confronta con il progetto foucaultiano, sotteso alla Storia della follia nell’età classica, di restituire la parola alla follia rendendola pienamente soggetto del libro, cioè suo oggetto e autore. Esaminando in particolare la prefazio­ne alla prima edizione del 1961 – prefazione che poi verrà stralciata dalle successive edizioni della Storia della follia –, Derrida riconosce a Foucault l’acuta consapevolezza di dover sfuggire, per realizzare la sua opera,

alla trappola o alla ingenuità oggettiviste che consisterebbero nello scrivere, nel linguaggio della ragione classica, utilizzando i concetti che sono stati gli strumenti storici di una cattura della follia, nel lin­guaggio coltivato e poliziesco della ragione, una storia della follia sel­vaggia, quale esiste e respira prima di essere presa e paralizzata nelle reti di quella stessa ragione classica.

Il tentativo foucaultiano di scrivere in un linguaggio non monologi­co e non dominato dalle coordinate teoriche della ragione classica si traduce secondo Derrida in due progetti completamente diversi: il primo è quello dell’archeologia del silenzio, formulata programmati­camente dallo stesso Foucault quando scrive di non aver voluto uti­lizzare il linguaggio della psichiatria ma di aver tentato di dar voce alla follia strappando le sue parole dal silenzio storico in cui l’aveva sprofondata l’età classica; il secondo consiste nel far parlare una fi­gura della ragione differente dalla ragione classica, nel ritornare cioè ad un logos idealmente anteriore alla scissione di ragione e follia.

Per Derrida il progetto dell’archeologia del silenzio, oltre ad esse­re irrealizzabile e illusorio, finisce altresì per ripetere la violenza sulla follia nell’atto stesso in cui la denuncia: non basta infatti rinunciare agli strumenti concettuali della psichiatria per presumere di scagio­nare il proprio linguaggio da ogni complicità con l’ordine razionale e politico che tiene la follia prigioniera, e poiché non esiste linguag­gio che non sia linguaggio della ragione, anche l’archeologia del si­lenzio, che intende far parlare da sé la follia, sarà costitutivamente compromessa con l’ordine imperiale della ragione: è l’astuzia della ragione a far sì che ogni sforzo volto a interromperne l’egemonia si risolva nella conferma del suo dominio. Dell’impossibilità di attinge­re la follia allo stato selvaggio si era già reso ben conto lo stesso Fou­cault, che nella prefazione alla Storia della follia dichiara:

a scapito di questa inaccessibile purezza primitiva, lo studio struttura­le deve risalire alla decisione che lega e separa al tempo stesso ragione e follia; deve cercare di scoprire lo scambio perpetuo, l’oscura radice comune, l’originario scontro che conferisce senso tanto all’unità quanto all’opposizione del senso e del non-senso.

Nel riconoscimento dell’impraticabilità del progetto archeologico Derrida vede emergere il secondo progetto che, invece di percorrere la strada velleitaria di dare l’assalto al forte inespugnabile della ragio­ne, tenta quella più efficace e più ambiziosa di organizzare la rivolta contro la ragione all’interno della ragione stessa, portando la figura della ragione classica davanti al tribunale della ragione überhaupt, at­tingendo il linguaggio della protesta alla sorgente di una figura della ragione più profonda di quella colpevole di aver allontanato da sé la follia per proteggersi dalla sua ombra minacciosa ed inquietante.

Ora, secondo Derrida, questo secondo progetto foucaultiano di ripartire da un logos originario, entro cui si è prodotta la lacerazione storica di ragione e follia, gravita nell’orbita del pensiero di Hegel: oltre a richiamare il concetto hegeliano di Entzweiung per intendere quel­lo di “decisione” di Foucault, Derrida giunge a scrivere che

la rivoluzione contro la ragione non può farsi che in essa, secondo una dimensione hegeliana che, per quel che mi riguarda, ho molto apprezzato nel libro di Foucault, malgrado l’assenza di un preciso ri­ferimento a Hegel. – E poco oltre: – Questo secondo progetto, che tenderebbe verso la radice comune del senso e del non-senso, e verso il logos originario nel quale un linguaggio e un silenzio si separano, non è affatto un espediente di ripiego nei confronti di quello che po­trebbe essere riassunto sotto il titolo di “archeologia del silenzio” […], ma un progetto differente e più ambizioso, che dovrebbe condurre a un elogio della ragione […] ma questa volta, di una ragione più pro­fonda di quella che si contrappone e si determina in un conflitto sto­ricamente determinato. Ancora Hegel, sempre…

Prima di verificarne la legittimità, occorre muovere almeno quat­tro possibili obiezioni al sorprendente accostamento Foucault-Hegel proposto da Derrida: 1) nella prefazione del 1961 Foucault confessa apertamente che la sua opera si colloca «sotto il sole della grande ricerca nietzschiana» dunque più che a Hegel Foucault guarda a Nietzsche come a un modello da seguire e un’eredità da far fruttare; 2) esaminando la celebre intervista intitolata È morto l’uo­mo? del 1966, ci si accorge che Foucault individua nel pensiero hegeliano il proprio avversario irriducibile, giudicandolo responsabi­le, insieme a quello di Marx, dell’umanesimo contemporaneo; 3) nel V e nel VI capitolo della terza parte della Storia della follia nel­l’età classica Hegel è dapprima associato alle figure negative di Tuke e Pinel, poi citato criticamente per l’inflessione intellettualistica e moralistica di un passo dell’annotazione al §408 all’Enciclopedia berlinese; 4) tra le figure che, secondo Foucault, hanno dato voce alla follia, cioè Diderot, Hölderlin, Nerval, van Gogh, Nietzsche, Artaud ecc., il nome di Hegel non compare. Queste pur significative obiezioni non contraddicono però la legittimità de iure dell’interpre­tazione di Derrida, inoltre perdono incisività se si considera un passo tratto dalle pagine decisive del celebre capitolo Il grande internamen­to, in cui Foucault, giunto al termine dell’esame della prima Meditazione, chiama in causa proprio Hegel:

Cartesio scaccia la follia in nome di colui che dubita e che non può più sragionare come non può non pensare o non essere. […] Eccola posta in una regione di esclusione, dalla quale non sarà liberata che in parte nella Fenomeno­logia dello spirito.
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