Bruno Walter, Gustav Mahler

Negli anni Sessanta, quando la musica entrò di nuovo nel dibattito culturale, dal quale pareva fosse stata esclusa per sempre, il primo a farsi avanti fu Gustav Mahler (1860-1911). La “linea” Mozart-Mahler-Schönberg portava direttamente, anch’essa, alla musica e alla cultura contemporanea. Il pubblico, specie quello giovanile, se ne impadronì. Da allora, Mahler tiene la scena. Sono in molti a conoscere a memoria almeno un motivo di una sinfonia, uno di quei motivi che sembrano facili e, invece, sono tra i più difficili, tanto sono intrisi di aspra ironia e di angoscioso sentimento del nostro tempo.
In questo libro Bruno Walter, grande interprete e amico di Mahler, ricorda l’uomo e il musicista in pagine di rara fattura. «Verrà il mio tempo!» diceva Mahler. Il suo tempo è venuto. Le ragioni della riscoperta mahleriana sono cercate e spiegate nell’introduzione di un altro musicista d’eccezione, Pierre Boulez.

Il talento drammatico di Mahler era pari al talento musicale, e per questo egli ebbe successo come direttore d’opera. A suo agio sulla scena, come nella musica, con la sua passione e il suo spirito riuscì a stimolare l’esecuzione lirica e quella musicale e a portare i suoi artisti alle prestazioni migliori, secondo le esigenze sceniche e musicali delle opere. Era un uomo veramente drammatico, cioè un uomo dallo spirito intenso e dalla vivace fantasia: egli prendeva parte, con passione, alla disperazione di Alberico, cui era stato sottratto l’anello, anche in lui fremeva la rabbia che faceva scagliare la maledizione sui predoni; respirava di nuovo insieme ai prigionieri di Pizarro, durante la breve ora d’aria nel cortile del carcere; smaniava insieme a Messire Ford, quando aveva il sospetto che l’amante della moglie si nascondesse nella cesta del bucato; doveva essere adirato insieme a Wotan per la disobbedienza di Brunilde e insieme a Brunilde doveva cercare di placare l’ira del padre. Niente di umano, niente di divino gli era estraneo, la misera malignità di Beckmesser non era troppo malvagia per lui, lo stato d’animo del giorno di san Giovanni di Hans Sachs non era troppo raggiante, egli viveva in tutto, tutto viveva in lui; e se un’azione, un sentimento gli erano troppo estranei, troppo opposti al suo carattere, con la fantasia riusciva a immedesimarsi nell’uomo più estraneo, nella situazione più strana. Così, quando Mahler era sul podio, il suo cuore era sul palcoscenico. Dirigeva, o meglio faceva musica, partendo dallo svolgimento drammatico.

Rimane per me esemplare per sempre una rappresentazione del Lohengrin diretta da lui, che ascoltai a Vienna, arrivato da Presburgo come giovane direttore d’orchestra. Nella scena del litigio tra Ortrud e Elsa davanti al monastero capii chiaramente, tutto a un tratto, cosa fosse essenziale nell’opera: Mahler non solo dirigeva l’orchestra per accompagnare il canto di un contralto, la sua anima era presso Ortrud, egli stesso era Ortrud e trascinava la cantante e l’orchestra nell’impeto della ribellione della donna offesa, ed erano il terrore di Elsa, la sua ira, la sua orgogliosa fiducia in Lohengrin a condurre la sua musica. Nell’opera quindi dirigeva non solo con lo spirito della musica ma soprattutto con lo spirito del dramma. Questo era relativamente semplice nella citata scena del Lohengrin, dove la musica non aveva, per così dire, una vita propria, musicalmente essenziale; Wagner stesso aveva dato alla musica una funzione quasi soltanto drammatica. Più complesso, invece, era il cosiddetto “Ensemble del mistero”, dove la musica aveva già per sé un suo significato. Eppure, è di nuovo l’elemento drammatico, – lo stupore di Lohengrin, l’esitazione di Elsa, i differenti stati d’animo degli altri personaggi, il comune presentimento della catastrofe imminente, – che deve giungere ad espressione nella musica. Quindi Mahler qui si trovava di fronte ad una esigenza molto importante: la musica doveva nascere dallo spirito della musica stessa ma, allo stesso tempo, e nella stessa misura, da quello del dramma.

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