Grant Farred

Grant Farred insegna Studi Africani alla Cornell University. È stato redattore del «South Atlantic Quarterly» ed è tra i maggiori studiosi di Studi Afro-Americani, Culturali e Postcoloniali. Tra i suoi lavori si ricordano: In Motion, At Rest: The Event of the Athletic Body (2014); Phantom Calls: Race and the Globalization of the NBA (2006); What’s My Name? Black Vernacular Intellectuals (2003).

Heidegger, o del pensare. Heidegger che insegna a se stesso, e a noi, a pensare. Heidegger provoca Derrida a prestare la sua attenzione – e quest’ultimo lo fa, in Dello spirito, con arguzia e con meravigliosa ambiguità – al Geist, geistig, geistlich che orienta il pensiero heideggeriano. Quello che chiamo ambiguità di Derrida raggiunge l’apice nella più radicale delle sue domande, una domanda irrisolvibile per sua natura: se il «pensiero della razza (Rassengedanke) viene interpretato in termini metafisici e non biologici», allora «una metafisica della razza è più grave o meno grave di un naturalismo o di un biologismo razziali?». Si potrebbe dire che Heidegger fornisce, attraverso il suo impegno nel pensare e il suo fallimento nel farlo, una risposta immediata a questa domanda, la più acuta di Derrida. Nel caso di Heidegger, più un pensatore è “originale”, più inquietante è il “dono” (Geschenk) del suo Impensato o, per meglio dire, dell’articolazione di questo Impensato sotto forma di polemica. E più un pensatore è originale – e non vi è dubbio che Heidegger lo sia – più urgente diventa la necessità di confrontarsi con il suo Impensato. Pochi critici di Heidegger lo comprendono tanto bene quanto Derrida. Heidegger, egli afferma, «ci lascia con l’ingiunzione di pensare ciò che egli non pensa». Abbiamo il compito di pensare precisamente ciò che Heidegger non pensa; perciò Heidegger rende, ad esempio, il Rassengedanke un compito per il pensiero. È dunque proprio a causa del non-pensare di Heidegger, per dirlo in modo provocatorio, che siamo spinti a pensare ciò che per noi è essenziale.

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