Giuseppe Rensi

Giuseppe Rensi (1871-1941) è stato un pensatore profondo e originale e uno scrittore di rara efficacia ed eleganza. Benché, avendo insegnato in vari atenei italiani, abbia fatto parte delle istituzioni, fu una figura “fuori dal sistema”. Lo fu sul piano speculativo, in quanto oppose alla dittatura idealistica di Croce e Gentile una prospettiva scettica e materialista nutrita di un’eccezionale sensibilità per la drammaticità e dolorosità del reale; e lo fu sul piano politico, in quanto già nel 1923 passò da simpatizzante del fascismo a fermo oppositore del regime, che lo ripagò “degradandolo” da ordinario di Filosofia morale a bibliotecario.

Disgrazia indubitabile, e come tale assolutamente al centro del suo pensiero in generale e di Le ragioni dell’irrazionalismo in particolare, è per Rensi il caos del permanente, irriducibile conflitto delle opinioni-delle posizioni-delle interpretazioni, che si presenta come l’ossatura e il motore stesso della storia del mondo e che fornisce la prova plateale della sua assurdità, della sua irrazionalità. Proprio per questo, perché mettono clamorosamente a nudo la radicale irrazionalità da cui il mondo è inficiato, la “babele delle lingue” e il crudo teatro del loro contrapporsi finiscono per imporsi come il tema rensiano per eccellenza. Facendo leva su di esso, Rensi può fondare il suo scetticismo contro la più che bimillenaria, influentissima, invadentissima tradizione filosofica che asserisce due tesi capitali da lui respinte come altrettante palesi e disoneste menzogne fra loro intimamente connesse: quella secondo cui sussiste ed è raggiungibile dall’uomo una-la Verità e, soprattutto, quella che definisce il mondo abitato-illuminato-giustificato-nobilitato dalla Ragione.

I primi due paragrafi delle Ragioni dell’irrazionalismo (Idealismo e razionalismo e Genesi hegeliana) sono consacrati appunto ad una sintetica e incisiva ricostruzione degli snodi più salienti di tale tradizione che, inaugurata da Platone con un’enfasi già così accentuata da propiziarne fin dalla sua prima manifestazione l’enorme successo, approda, attraverso la “correzione” che Aristotele apporta alla versione platonica di quelle due grandi tesi e la sistemazione che Leibniz ne offre ormai nel pieno dell’età moderna caratterizzata da grandi avanzamenti scientifici, all’apoteosi con Hegel, che concepisce esplicitamente la realtà come lo sviluppo, la “fioritura” di «un complesso di elementi concettuali […] collocato nel centro e nel germe» della realtà stessa e quindi, come già Nietzsche gli rimprovera, le si inchina in quanto scorge ovunque ragione. Hegel non a caso emette la celebre e famigerata sentenza-squillo di tromba secondo cui il reale è razionale e il razionale reale, che Rensi polemicamente rovescia nell’affermazione che il reale è irrazionale e quel che è razionale non perviene mai a farsi reale; per Hegel essere e ragione convertuntur a tal punto che Rensi ravvisa il suo “segreto” nell’aver considerato sic et simpliciter ragione-concrezione della ragione ciò che (c’)è così com’è, le cose così come stanno, i fatti esattamente come sono andati, vanno e andranno. Per attuare l’appiattimento della ragione sull’esistente Hegel deve sacrificare le ragioni, ossia i diversi pareri sull’esistente espressi dalle ragioni dei vari, singoli individui umani. Araldo della riduzione dell’interpretazione dei fatti alla loro semplice presa d’atto e descrizione sprovvista di originalità e assolutamente non eversiva, fautore dell’atteggiamento speculativo di un puro stare a guardare quel che oggettivamente (c’)è, Hegel – in ultima analisi, in quanto Tedesco, una figura dell’obbedienza anche nel senso più basso di tale espressione – tratta le menti che escogitano e magari vorrebbero anche realizzare visioni alternative alla rocciosa autorità dell’esistente come testoline velleitarie e pretenziose, con una commiserazione fra ironica e sprezzante quasi indistinguibile da quella che Nietzsche – in quanto Tedesco, un’altra, non meno monumentale figura dell’obbedienza, malgrado tutte le distanze che prende dal “nemico” Hegel – riserva a Socrate, di cui fa il prototipo del tipo umano che, dialetticamente prestante e abile nel manipolare i concetti, critica il mondo e incita a cambiarlo-migliorarlo.

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