Si può dire che il contenuto di Le ragioni dell’irrazionalismo, il libro pubblicato da Rensi nel 1933, sia l’individuazione e la profonda, appassionata analisi di quattro disgrazie che segnano la condizione dell’uomo rendendogli il mondo inospitale, ostile. La prima disgrazia è il dominio dell’irrazionalità e dell’assurdo, inteso come il caos in cui, su ogni questione, si confrontano tante posizioni diverse senza alcuna possibilità di stabilire quale fra esse sia quella che rappresenta la ragione e la verità, anzi addirittura se ci sia. La seconda disgrazia è la strutturale ingiustizia del reale, che nel mondo degli uomini si modula come sistematico ricorso alla violenza per troncare il diverbio fra le parti contendenti, che non è risolubile sul piano della pura discussione razionale. La terza disgrazia è la noia indotta dalla ripetitività della storia, che non fa registrare alcun vero progresso in quanto ripropone sempre sostanzialmente le stesse situazioni, solo appena alterate di volta in volta da variazioni di secondaria importanza. L’ultima disgrazia è l’impossibilità per l’uomo di determinare gli eventi, i quali (come dicevano gli antichi) stanno sulle ginocchia di Giove, cioè sono rimessi a una casualità che, oltre a eludere i tentativi umani di controllarli, non li indirizza certo verso la realizzazione di un Fine/del Bene.
L’idealismo filosofico, nella sua essenza fondamentale, è ed è sempre stato razionalismo. La sua pretesa e il suo sforzo sono sempre stati quelli di stabilire un concetto sommo – asserendo che perché esso è logicamente sostenibile, o dimostrabile, o necessario, così esso non può non possedere anche l’esistenza di fatto, la realtà – e mostrare come da tale concetto sommo scaturisca, necessariamente, da sé, quasi a dire automaticamente (e non già perché tale scaturire sia solo lo specioso risultato d’una deduzione operata da noi, dalla nostra testa particolare, e quindi deduzione soggettiva, e perciò forse arbitraria) tutto ciò che è (la natura e la storia) e tutto ciò che deve essere (la morale, l’ordinamento sociale).
L’idealismo filosofico, in questo suo tratto fondamentale, è sempre stato identico e ha detto, sempre, sebbene sotto formule diverse, la stessa cosa. Platone, Aristotele, Leibniz, Kant, Hegel, Cousin, non hanno fatto – non ostante gli sforzi degli odierni nostrani ricucinatori di Hegel per presentare la loro filosofia quale il definitivo “superamento” del platonismo, e per deprezzare come meschino e incosciente ribalbettamento d’una concezione non compresa, l’hegelianismo cousiniano – se non ripetere tutti quella medesima proposizione fondamentale che abbiamo or ora messo in luce. Ogni idealismo è platonismo.
Tale concezione fu sbozzata dapprima piuttosto immaginosamente da Platone, pel quale l’insieme dei principî intellettuali, assoluti e incondizionati, su cui si fonda e da cui vien fuori tanto la realtà quanto il dovere morale, è il mondo di quelle idee, che, da socratici concetti esistenti solo nella nostra mente, diventati per lui esistenze in sé e fuori di questa, e dominate dall’idea suprema del bene, costituiscono, come poi le categorie kantiana o l’idea logica di Hegel, l’essenza così della natura come dello spirito, la radice da cui l’uno e l’altro di questi due apparimenti rampollano. Ché quand’anche s’accetti l’interpretazione sostenuta dal Lotze, che cioè Platone abbia affermata l’eterna validità e non l’eterno essere delle idee; che egli abbia voluto stabilire il loro eterno valore di verità a prescindere dal fatto che esse si realizzino o confermino in qualche oggetto del mondo esteriore; che abbia voluto dire che le idee sono sempre quel che sono e il loro significato sempre uguale a se stesso, ci siano o non ci siano cose che partecipando di esse le portino a manifestarsi nel mondo esteriore o spiriti che in quanto le pensano diano ad esse la realtà d’uno stato di coscienza; che abbia inteso esprimere che non la realtà dell’essere ma quella del valore rimane intocca dal flusso eracliteo e che insomma le idee sono eterne nel senso di indipendenti da ogni tempo, dalle singole cose e dagli spiriti, conforme alla comune convinzione che nel momento in cui pensiamo una verità, non la facciamo, ma la riconosciamo, e anche quando non vi pensiamo, anche separata dalle cose e da noi, anche non rappresentata, essa ha validità; – pur se si accetta, diciamo, questa interpretazione del Lotze, il carattere razionalistico dell’idealismo platonico, consistente nel far discendere e scaturire la realtà dal mondo delle idee, resta immutato.