Giuseppe Rensi, Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte

Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte è l’ultimo dei sei libri in cui Rensi rompe con i consueti moduli sistematico-trattatistici dell’esposizione filosofica e adotta lo stile del pensiero breve. Questo “formato” è caratterizzato da una duttilità che esalta le grandi doti di scrittore e anche di affabulatore di Rensi. Lo vediamo così svariare da illuminanti interpretazioni di alcuni fra i “luoghi” più classici della filosofia occidentale, a penetranti “bozzetti” paranarrativi o storici che toccano le aporie della condizione umana con una sensibilità degna di Pascal o di Leopardi. Ma non è per fare una più bella figura che Rensi opta per il pensiero breve. Piuttosto, uno spazio testuale come quello di Frammenti, continuamente interrotto e quasi cosparso di frantumi, gli deve essere parso il più idoneo a rispecchiare il disgraziato assetto ontologico e assiologico del mondo, che Rensi vede-giudica posto sotto il segno dell’assurdo, del caso e della violenza. Come traspare già dal titolo, Frammenti è appunto una variazione sul tema di questa dolorosa certezza. Ma si tratta di una “rapsodia del negativo” che non ingenera nel lettore accasciamento, bensì quasi paradossalmente produce su di lui un effetto tonificante per via dell’intensità e della fortissima carica etica d’indignazione con cui Rensi conduce la sua requisitoria contro il male.

La posizione scettica è questa: «Io non so che cosa sia l’essenza dell’universo, ma l’interpretazione che ne danno Platone o Aristotele, Kant o Hegel ecc. ecc., è falsa». Posizione meramente negativa. Nessuna verità è affermata.

«Lo scettico si contraddice perché afferma la verità che non c’è verità». Questa è l’acuta trovata di cui i dogmatici vanni superbi. Non s’accorgono che quella proposizione è negativa, non affermativa; che cioè con essa lo scettico non afferma nulla; non fa che porre il segno di negazione davanti a tutte le pretese «verità», cioè davanti a tutte le tesi o soluzioni filosofiche che si asseriscono verità, senza punto affermarne come vera una per conto suo.

Ma contro quella posizione si ricorre spesso e volentieri anche alla seguente obbiezione: «Ciò non si può dire se non commisurando o raffrontando questa falsità asserita di tutti i sistemi alla Verità che si sa esistente, sebbene non conosciuta. Non si può asserire il falso se non in contrapposto col Vero esistente, come non ha nessun senso il male se non in raffronto al bene esistente. Se non esiste il bene non esiste nemmeno il suo contrapposto, il male; e precisamente così se non esiste il Vero non esiste nemmeno il falso, e voi quindi, affermando il falso di tutti i sistemi, fate capo implicitamente al Vero, visto dal quale soltanto quel falso si può affermare».

Questa obbiezione è, come al solito, un mero verbalismo, la cui apparenza di ferrea logicità si dissipa facilmente.

Quando si afferma il male, o si dichiara che tutto è male, l’affermazione sta e regge, non di fronte a un bene esistente, ma semplicemente di fronte all’idea, o ideale, o immaginazione, o fantasma, o speranza e sogno del bene, che è (e basta che sia) nella mia mente, anche come una mera fantasticheria, senza essere nella realtà. Se si dice: «male è morire, bene vivere eternamente sulla terra», forse che quel male si afferma solo in raffronto all’esistenza reale di questo bene, o non piuttosto ad una solo immaginata?

Così per la verità. Ecco la quadratura del cerchio. Tutti i tentativi di soluzione sono confutati, dimostrati falsi. Si dovrà dire che tale falsità sta ed è affermabile solo rispetto ad una verità, esistente nel mondo delle Idee, della quadratura del cerchio? Tutti i sistemi filosofici sono falsi, falsi tutti i tentativi di interpretazione o spiegazione dell’universo. Ciò, del pari, sta ed è affermabile, non in raffronto ad una Verità esistente, ma a una semplice idea o ideale di verità, a un’ipotesi o sogno o immaginazione di verità, alla verità meramente immaginata.

Senza contare che quand’anche l’obbiezione provasse l’esistenza della Verità, la posizione scettica dianzi enunciata ne dimostra l’inconoscibilità: il che è sufficiente perché quella posizione resti suffragata.

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