Giovanni Torti

Giovanni Torti, psicologo, psicoterapeuta in formazione, membro dell’Istituto Elvio Fachinelli – ISAP (Istituto di Studi Avanzati in Psicoanalisi). Ha lavorato con bambini e adolescenti in diversi contesti (centri diurni, comunità residenziali, scuole) e, oltre all’attività clinica privata, collabora in qualità di psicologo specializzando in psicoterapia presso il Centro terapia disturbi depressivi dell’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano. Socio fondatore dell’associazione Barbera e Lacan.

Oggi bisogna riconoscere la forza del desiderio di transizione. È un fatto che, negli ultimi anni, appare sempre più evidente: le persone che si sentono e si dicono transgender sono in costante crescita. Qualche dato: uno studio condotto dal William Institute dell’UCLA (University of California, Los Angeles) ha evidenziato che più di un milione e mezzo di persone di età superiore ai 13 anni – equivalente allo 0,6% della popolazione degli Stati Uniti – si identificano come transgender. Tale percentuale sale al 2% se si considerano esclusivamente persone di età inferiore ai 29 anni. La stima delle persone transgender appare raddoppiata rispetto a dieci anni fa. In Italia, secondo le stime dell’Istituto superiore di Sanità, il numero totale delle persone transgender è di circa 400 mila individui, ma i dati risultano ancora molto discordanti tra loro.

Dico “desiderio di transizione” per sottolineare la tenacia e l’energia con la quale alcuni soggetti decidono di imboccare un sentiero così impervio: non si può certo affermare che la transizione sia un pranzo di gala. Patricia Gherovici lo dice chiaramente: «Essere trans non è un’esperienza legata all’avere ma una strategia d’essere […] la transizione è più spesso di quanto non sembri una questione di vita e di morte». La clinica, oggi più che mai, è chiamata a confrontarsi con adolescenti e giovani adulti che s’interrogano con urgenza e inquietudine su un disagio al quale la psichiatria contemporanea ha dato il nome di Disforia di genere.

Nel maggio 2014 la copertina del TIME ospita per la prima volta un’attrice transgender, Laverne Cox, facendo del «punto di non ritorno transgender» la «nuova frontiera per i diritti civili in America». Da quel momento notizie e dibattiti intorno alle persone transgender si diffondono capillarmente nei media e la parola entra a pieno titolo nel linguaggio comune. Sette anni dopo, sempre sul TIME, è il turno dell’attore transgender Elliot Page: «Sono pienamente chi sono (I’m fully who I am)» – recita la copertina. Enunciato in sé problematico, che apre interrogativi rispetto alla vexata quaestio dell’identità: cosa significa essere sé stessi? O ancora, cosa significa essere uomo o donna?

La questione trans interroga oggi la psicoanalisi, investendo la clinica, la teoria e la politica. Élisabeth Roudinesco, nota storica e psicoanalista francese, ha parlato di «epidemia transgender» generando diverse polemiche e reazioni. Senza dubbio una dichiarazione incauta e offensiva che alimenta una visione patologica della transidentità. Alcuni vedono nel transgenderismo una novità storica assoluta, una vera e propria svolta antropologica. Ma la realtà trans è sempre esistita, appartiene alla storia dell’umanità: «Noi esistevamo prima della corrente elettrica e indipendentemente dalla corrente elettrica continueremo ad esistere ancora» – fa dire il regista Massimo Andrei ad un femminiello napoletano, interpretato da Enzo Moscato, nel film Mater Natura. Basti pensare a famosi personaggi storici come Eliogabolo, il Cavalier d’Éon…Certamente non cambiavano sesso, dal momento che gli sviluppi della scienza e della tecnica del loro tempo non lo consentivano. Ciò non permette tuttavia di evadere la domanda: come mai le transizioni di genere si presentano con tale frequenza proprio oggi? È una questione che ci siamo posti in questa conversazione a tre e sulla quale abbiamo avanzato delle ipotesi.

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