L’attività giornalistica di Karl Marx è stata troppo spesso rubricata o tra i suoi scritti filosofici giovanili dominati dal confronto con Hegel, o tra le sue opere storiche ed economiche della maturità. Di sicuro, per quasi quarant’anni Marx ha lavorato come giornalista.
La ricerca di Fabrizio Denunzio parte dallo stato attuale del giornalismo politico italiano e dal nuovo proletariato metropolitano, per restituire questo vasto segmento della produzione intellettuale marxiana, assunto come un continuum dai tempi della “Gazzetta renana” (1842) fino alle “Revue Socialiste” (1880), al campo sociologico: dei journalism studies per ciò che riguarda la riflessione sulla stampa e il ruolo politico del giornalista nella società capitalista; della concettualità sociologica per ciò che attiene alla nozione di classe povera e proletaria; della metodologia della ricerca sociale grazie all’analisi dettagliata del questionario formulato nell’Enquête Ouvriére.
A venirne fuori è un giornalismo militante, anticolonialista e d’inchiesta, animato da una forte tensione verso la verità dell’informazione e la sete di giustizia per il proletariato.
Il giornalismo di Marx presenta come singolare caratteristica quella di aver integrato nella sua pratica tanto un’analisi del pubblico, con i suoi meccanismi di partecipazione cognitivo-emotiva e di fidelizzazione, tipici diremmo oggi dell’industria culturale, quanto un’analisi delle classi sociali, in particolare del proletariato per quanto riguarda la sua genesi, la sua essenza e la sua funzione storica, che lo vede progressivamente diventare, nel corso di lotte che hanno attraversato il XIX e il XX secolo, una soggettività.
In questo senso in tutta la produzione giornalistica di Marx devono sempre essere tenute presenti la più moderna e avanguardistica dimensione mediologica (industria culturale) e la più classica dimensione sociologica (classi sociali).
Riportare, invece, come fa la tradizione marxista il suo giornalismo alla sola evoluzione filosofica che in esso l’autore vi compie mi sembra leggermente riduttivo, soprattutto quando questo progresso serve quasi esclusivamente a calcolare la liquidazione, più o meno riuscita, dell’eredità hegeliana.
Il caso della «Gazzetta renana», la prima palestra giornalistica di Marx dal 1842 al 1843, può tornare utile all’inquadramento della questione. Se per un attimo distogliamo lo sguardo da quanto la logica delle argomentazioni sostenute in questi pezzi sia o meno dipendente dalla filosofia di Hegel, e lo volgiamo alla struttura economica della testata e al compito che Marx assegna al suo lavoro intellettuale in essa svolto, ebbene iniziano a definirsi due questioni cruciali per lo studio del giornalismo tutto e non solo per quello marxiano: la dipendenza della redazione dai finanziamenti e dall’ideologia dei proprietari, e il ruolo della contro-informazione nella sfera pubblica.
Nel primo caso, questo vuol dire mettere in evidenza la stretta relazione tra capitalismo e stampa: come la «Gazzetta renana» nasce dall’investimento fatto da una parte della grande borghesia di Colonia, così sono questi stessi grandi borghesi a contribuirne alla chiusura grazie al loro atteggiamento remissivo e compromissorio di fronte alla montante repressione del governo prussiano che reputa intollerabile la linea eccessivamente critica del giornale. Miserabili e paurosi li definirà Engels questi editori renani anni dopo.