Gianni Vattimo, Le mezze verità

È qui raccolta una selezione di articoli che Gianni Vattimo ha scritto su «La Stampa» tra il 1979 e il 1988. Si tratta di pièces, per utilizzare un termine del gergo teatrale, che hanno come proscenio l’Italia degli anni Ottanta, e per protagonista la cultura europea del Novecento. Una cultura del nichilismo che rimanda – forse oggi ancor di più – a un’esperienza di crisi, di debolezza del pensiero, di controvertibilità delle scienze, di mutevolezza della morale. Se le “mezze verità” su cui insistiamo siano di luce o di buio, non è possibile dire – non verrà mai detto – perché il solo modo in cui è possibile accedere alla verità è per se stesso frammentario, parziale e manchevole. Tuttavia riconoscere al pensiero filosofico questo suo carattere incompleto, monco, pauroso, è l’opportunità che abbiamo per abbandonare le pretese assolutistiche ereditate dalla tradizione metafisica e inventare il futuro dell’uomo. O almeno dell’Europa.

Si sa che, negli anni scorsi, uno dei più potenti allea­ti dei teorici della «crisi della ragione» è stato il marxi­smo, soprattutto il marxismo della Scuola di Francofor­te. Riprendendo tesi di Lukàcs (ma forse non di Marx, che aveva sempre pensato alla moderna razionalizzazio­ne tecnico-scientifica della società come a una tappa necessaria sulla via della formazione della coscienza di classe del proletariato, e dunque della sua emancipazio­ne), i maestri della teoria critica francofortese, Horkheimer e Adorno, avevano visto nella razionalità scien­tifica moderna un’alleata dell’oppressione capitalistica dell’uomo, che si dispiega nella «organizzazione totale» e totalitaria a cui tendono le società industriali avanza­te. Queste posizioni non sono però condivise dal filoso­fo che si può considerare peraltro il più legittimo erede della Scuola di Francoforte, e cioè Jurgen Habermas. In una intervista del 1981, egli ricorda che fin dai pri­mi anni della sua collaborazione con Adorno a Franco­forte (fine anni cinquanta) si distingueva da lui proprio perché voleva una teoria che facesse più parte ai diritti del sapere scientifico e che, d’altro lato, non sottovalu­tasse quell’altro aspetto della razionalizzazione moder­na che è la democrazia formale e lo Stato di diritto. Questa intervista è ricordata e commentata da Emilio Agazzi nella sua introduzione a una recente opera di Habermas (Etica del discorso, Laterza, Bari 1985) che, insieme alla più ampia Teoria dell’agire comunicativo (uscita, in due grossi volumi, presso Il Mulino, Bologna 1986), rappresenta una delle espressioni più mature del suo pensiero, diretto proprio, soprattutto negli ultimi dieci anni, a una revisione del marxismo e della teoria critica nel senso di una più franca accettazione dei pro­cessi di razionalizzazione, scientifica e sociale, legati al­la modernità. Di recente, anzi, Habermas si è fatto di­fensore dei diritti del moderno contro quelle che gli appaiono pericolose tendenze involutive e conservatrici delle teorie della «postmodernità». La modernità non è finita, dice Habermas; è solo incompiuta, perché in­compiuto, e non fallito, è il progetto di emancipazione razionale dell’uomo che ha ispirato i grandi momenti della cultura moderna, soprattutto l’illuminismo. Uno dei motivi che hanno impedito il compiersi del proget­to illuministico, conducendolo invece a quelle perversioni denunciate da Horkheimer e Adorno nel loro li­bro sulla Dialettica dell’illuminismo, è stato il fatto che la ragione dalla quale ci si attendeva l’emancipazione si è sempre più esclusivamente identificata, nel nostro secolo, con la razionalità delle scienze sperimentali del­la natura. Questa ragione, fondata sulla riduzione di tutto a oggetto misurabile, non può aver niente da dire sul piano della morale e della politica. O meglio: quan­do si applica a questi terreni, produce per l’appunto l’organizzazione totale. Contro ad essa, si fanno valere movimenti di ritorno alla tradizione, di difesa dell’au­tonomia dello spirito mediante la ricaduta in atteggia­menti mitico-religiosi, sempre aperti al rischio dell’au­toritarismo.

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