Gianluca De Angelis

Gianluca De Angelis è ricercatore per l’Ires Emilia-Romagna. In collaborazione con la Fondazione Di Vittorio e con diverse Università italiane svolge attività di ricerca sui temi della qualità del lavoro, in particolare nel settore della cura, e sulle implicazioni del lavoro sulla salute individuale. Nella sua attività di ricerca dedica particolare attenzione ai temi degli indicatori statistici. È nella redazione di Società ed Economia Regionale.

«Va che ho appena scoperto di essere povera» mi disse qualche tempo fa un’amica, ricercatrice precaria, a cui avevo chiesto come andasse la ricerca di una casa da acquistare a Bologna. Come la mia domanda, anche la sua risposta era generica e senza impegno, come di solito si fa al bar, in mezzo ad altre persone. Non so dire, insomma, quanto lei fosse convinta della sua affermazione, la conversazione ha presto deviato su altro senza darci modo di ragionare sulle implicazioni e le cause della sua percezione, ma ho avuto la sensazione di sapere esattamente di cosa stesse parlando.

Nella ricostruzione fatta da Pierre Bourdieu sulla trattativa tra un potenziale acquirente e un venditore di case private, descritta già nel 1990 ma ripresa nell’introduzione del suo celebre Corso sullo Stato al Collége de France, vediamo due persone che parlano. Una è il venditore, indaffarato a comprendere se il cliente è davvero interessato all’acquisto, l’altra è il potenziale acquirente, che inizia a porre le domande giuste, cioè quelle che amici e parenti gli hanno suggerito di porre per far sentire il venditore in concorrenza con altri e per evitare di sembrare ingenuo. Bastano poche battute, però, per lasciare che i ruoli si invertano e che l’agente immobiliare da inquisito diventi inquisitore. Il venditore da parte sua ha infatti tutto l’armamentario che l’esperienza e la competenza burocratica gli consentono. Ma non si tratta solo di questo, spiega Bourdieu. Il venditore ha il potere che gli deriva dall’agire in nome di una banca: «in apparenza vende case, in realtà vende il credito che permette di acquistare una casa». Il cliente potrà disporre di un’abitazione corrispondente al suo credito, ossia al suo valore sociale misurato dal punto di vista della banca, e quindi ben distante da quella sognata. “Quanto valete?” ecco la domanda che il venditore pone davvero.

La condizione a cui faceva riferimento la mia amica non c’entrava nulla con la povertà. Circostanza che probabilmente non l’avrebbe messa in condizione di pensare di poter acquistare una casa. Quello che ha scoperto, piuttosto, è di non valere abbastanza o comunque di valere meno di quanto la continuità del suo lavoro accademico, il suo reddito complessivo, il titolo di studio e probabilmente anche il suo schema di consumo abituale le avessero permesso di credere.

Non è ancora il momento di accennare alle ragioni che portano chi ha un lavoro apparentemente dignitoso a credere di poter accedere a un patrimonio, per quanto diffuso questo possa essere, come quello immobiliare. Ma è probabile che proprio il tradimento di quell’aspirazione possa considerarsi un buon punto di partenza per comprendere anche il senso dell’Inchiesta sociale sulla città metropolitana di Bologna: quanto vale il lavoro?

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