Georges Canguilhem

Georges Canguilhem (1904-1995) è considerato uno dei padri dell’epistemologia francese. Filosofo e storico delle scienze della vita, allievo di Alain e successore di Bachelard alla Sorbona, è stato maestro di filosofi rinomati come Deleuze, Foucault, Althusser e Macherey, ma anche di sociologi come Bourdieu e storici delle scienze come Dagognet. Si tratta di una figura assolutamente centrale nell’ambito della filosofia francese del dopoguerra. Tra le sue opere ricordiamo Il normale e il patologico (1943, trad. it. 1998), La formation du concept de réflexe aux XVIIe et XVIIIe siècles (1955), Études d’histoire et de philosophie des sciences (1968), Ideologia e razionalità nella storia delle scienze della vita (1977, trad. it. 1992), e gli Scritti sulla medicina (2002, trad. it. 2007).

Nel saggio che introduce l’edizione americana dell’opera più conosciuta di Canguilhem, Il normale e il patologico, Michel Foucault ha sostenuto che se per ipotesi dalla storia della filosofia francese del Novecento si eliminasse la figura di Canguilhem, non si capirebbe più «granché, di tutta una serie di discussioni intercorse tra i marxisti francesi» negli anni Sessanta e Settanta, e neppure si coglierebbe «la specificità di sociologi come Bourdieu, Castel, Passeron»; sfuggirebbe «tutto un aspetto del lavoro teorico fatto dagli psicanalisti e in particolare dai lacaniani», al punto che – conclude – «in tutto il dibattito di idee che ha preceduto o seguito il movimento del Sessantotto, è facile ritrovare il posto di coloro che, da vicino o da lontano, si erano formati con Canguilhem». Eppure, per uno strano paradosso della storia del pensiero, l’importanza di questo studioso, dall’opera «austera, volontariamente molto delimitata, e scrupolosamente votata ad un campo particolare in una storia delle scienze che comunque non passa per una disciplina di grande richiamo» – a differenza della psicoanalisi, del marxismo, della linguistica e dell’etnologia, che in quegli anni potevano godere di una specie di infatuazione collettiva – ebbene, nonostante tutte queste limitazioni, Canguilhem è riuscito ugualmente a svolgere un ruolo tanto più imprescindibile formando generazioni di allievi e introducendo temi di riflessione originali. Nel panorama della filosofia francese del dopoguerra, peraltro, egli si presenta come una figura sui generis. Come scrive ancora Foucault, invece di affrontare la storia delle discipline generalmente considerate più “nobili” per antichità, formalizzazione, matematizzazione, o posizione nella gerarchia positivista delle scienze, Canguilhem ha scelto di concentrarsi sulle scienze più recenti e dallo statuto epistemologico meno definito, come la biologia, la fisiologia e la medicina: «Ha dunque fatto scendere la storia delle scienze dai vertici (matematiche, astronomia, meccanica galileiana, fisica di Newton, teoria della relatività) verso regioni in cui le conoscenze sono molto meno deduttive, in cui esse sono rimaste legate, molto più a lungo, alle suggestioni dell’immaginazione ed in cui hanno posto una serie di questioni ben più estranee alle abitudini filosofiche». Assimilando la lezione di Bachelard, soprattutto nella seconda fase della sua carriera, Canguilhem si è inscritto nella tradizione dell’epistemologia storica. Foucault sottolinea che la specificità della sua riflessione è legata a quattro mosse filosofiche fondamentali: il privilegio della discontinuità, l’impiego di un metodo ricorrente, la definizione di una prospettiva autenticamente storico-epistemologica e la posizione del problema filosofico della conoscenza in rapporto alla vita.

(Dalla Postfazione di Filippo Domenicali a Georges Canguilhem, La conoscenza della vita)

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