Felice Ciro Papparo, Georges Bataille, l’irriducibile. Otto quadri per un’esposizione

Organizzato intorno a otto quadri, espositivi dei suoi temi più rilevanti, il libro – frutto di una lunga fedeltà da parte del suo ‘interprete’ al percorso riflessivo di un pensatore eccentrico e irregolare quale Bataille – ha l’ambizione di rendere percorribile a ogni lettore che si avvicina a o si addentra nei suoi testi, un reticolo di questioni enigmatiche e urgenti. Questioni, come diceva Bataille stesso, che sono al cuore di ogni esistenza, questioni mortali come e perché mortale è il suo interrogante, che si possono riassumere tutte in questo semplice enunciato: «Parlo della vita che si consuma, indipendentemente dall’utilità che ha questa vita che si consuma… parlo di: amare, morire, glorificarsi», e anche: giocare, ridere, piangere, poetare, scialare…

Di là da una restituzione integrale del labirintico percorso batailleano, il libro prova a riaprire la via alla ricerca di uno stile, di vita e di pensiero assieme, dove l’esigenza morale, e di «un’altra morale» – vero cuore pulsante e inesausto della riflessione di Bataille, compendiata nell’espressione: leale generosità – possa nuovamente, al di là dell’utile e delle sue declinanti passioni, legare-collegare, facendole co-esistere amicalmente, tutte le esistenze presenti nel nostro umano e non umano mondo.

Nel chiudere uno dei suoi ultimi articoli sulla dimensione religiosa, dedicato a La religione preistorica, Bataille ritorna sul nucleo forte del suo pensiero: la dimensione della sovranità; una dimensione caratterizzata essenzialmente dalla ricerca di «un valore sovrano che rifiuta ogni subordinazione all’interesse» e che si dà a ‘vedere’ ma non a ‘cogliere’, in quei momenti nulli, indefinibili se non attraverso la ‘via negativa’.

Sforzandosi di circoscrivere il ‘territorio’ dove il nullo interesse si mostra, Bataille, con l’ausilio delle immagini trovate nelle «caverne dipinte» di Lascaux, «che non rispondevano, precisava Bataille, volgarmente a un bisogno di cibo», definiva a questa maniera l’esigenza della sovranità: «Non si tratta di voler stupidamente sfuggire all’utile, e ancor meno di negare la fatalità che dà sempre alla fine a esso l’ultima parola, […ma di fare spazio] alla possibilità di vedere apparire quel che seduce [c.m.], ciò che sfugge nell’istante dell’apparire alla necessità di rispondere all’utile».

Non sovrapponendola né opponendola alla ‘realtà dell’utile’ come una surreale realtà, Bataille ritiene che una prospettiva posta al di là dell’utile, quella detta sovrana, non possa definirsi altrimenti che come un’esperienza transigente e diseconomica dello di sé, uno ‘sperpero’, uno scialo, meglio ancora, di Sé che finalmente cede, nel senso letterale del verbo e del sostantivo: scialare/scialo, ovvero di far esalare l’impulso proprietario e pauroso, che costantemente lo tiene all’altezza della propria conservazione, scegliendo una disposizione all’esposizione infruttifera di Sé, ovvero a una deponenza di sé che non apre a nessuna dimensione subordinata, ma che, ex-ponendolo al di là della mera rincorsa seriale all’oggetto-consumo, risponde all’«appello» che «c’è al fondo» di ognuno: quello di «non cedere alla paura», lasciando così che la propria esistenza si apra alla sfida del seduttivo, ovvero a quella sfera di grazia che solo una mente e una vita in costante scialo possono tentare di esperire.

Articolandosi secondo la dialettica tensionale dell’esperienza sovrana composta di questi momenti: glissement, évanouissement, déchirement (scivolamento, svanimento, strappo-lacerazione), movimenti-momenti di una soggettività che si costituisce per sot- trazione, ciò che si rivela e viene riconosciuto e affermato, attraverso quelle maniere inutili di (ex)porsi, è questo factum: «al cuore stesso dell’esistenza si trova una sorta di caos, forse un gran vuoto, che nasconde un caotico delirio».

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