Georg Simmel (1858-1918) inaugura un indirizzo fondamentale del pensiero sociologico centrato sul momento dell’«interazione». Ma è anche un filosofo di grande statura che concilia il valore della differenza individuale con quello della comune appartenenza sociale. Sul piano etico questo programma si traduce in una serrata critica della legge universale kantiana e nella ricerca di un criterio di condotta aderente alla totalità della vita individuale. Tra le sue opere: La differenziazione sociale; Schopenhauer e Nietzsche; Sociologia; La legge individuale.
«Tutto ciò che è profondo ama la maschera», dice Nietzsche in un passo. Ma, diversamente da quanto avrebbe desiderato, a lui la maschera è risultata fatale. Al fondo, celata nel fascino di un’espressione giocosa, spumeggiante, sensualmente ammaliante, si colloca l’austera serietà del suo pensiero – evidentemente troppo in fondo per giungere all’orecchio dei filosofi tedeschi. Così egli sperimentò il destino di tutti coloro che possono fare ben più che adempiere un compito professionale: a parte ciò che essi realizzano al di là dei loro compiti, fin dall’inizio viene messo in dubbio se essi siano all’altezza del compito stesso.
Nietzsche non è stato preso sul serio dai pensatori di professione, perché sapeva essere ben più che serio. Non parla a favore della finezza di udito dei filosofi tedeschi il fatto che essi fino in tempi recentissimi abbiano sprezzantemente rifiutato di prestare ascolto al pensatore Nietzsche, perché il Nietzsche poeta alle loro orecchie lo soverchiava con la malia, la ricchezza, la libertà delle sue forme. In effetti egli non ha fornito all’etica alcun «sistema», ma non è tanto che gli manchi puramente la forma esteriore di quest’ultimo, a cui invece i suoi aforismi si sarebbero lasciati ricondurre facilmente e senza fallo: piuttosto il nucleo concettuale – rispetto al quale ogni sistema è pur sempre solo corpo e che, esso solo, in definitiva, la storia del pensiero umano custodisce – emerge in piena oggettività e chiarezza, pronto persino a essere ridotto a formule scolastiche e a essere ricondotto allo sviluppo storico-obbiettivo delle categorie etiche. È proprio quest’ultimo elemento – una popolarizzazione capovolta si potrebbe dire – che intendo qui sommariamente ricercare: vorrei portare così alla loro espressione più disadorna e specialistica i principi di filosofia morale di Nietzsche e in tal modo stabilire che punto egli ha raggiunto nella conoscenza delle materie etiche – o nell’inganno su di esse. Se questo inserimento di Nietzsche nella storia della filosofia morale vale soprattutto per coloro che ex cathedra lo ignorano o declassano, allo stesso modo esso vale anche rispetto ai suoi sostenitori acritici che lo vedono come sciolto dalla continuità della vita spirituale umana, non esprimibile attraverso le esistenti categorie di filosofia morale, una causa sui intellettuale. In questo modo commettono però un errore speculare a quelli; entrambi i partiti gli assegnano un posto al di là dello sviluppo storico della filosofia – gli uni al di sotto e gli altri al di sopra – mentre egli trova solo nella collocazione in essa il posto che conserverà, sempre che ne conservi uno.