Gabriele Schimmenti

Gabriele Schimmenti è dottore di ricerca presso l’Università del Salento e l’Università di Colonia. è professore a contratto di “Filosofia dell’arte” presso l’Università degli Studi di Roma Tre e docente nella scuola secondaria superiore.  Ha studiato filosofia a Palermo e svolto periodi di studio a Münster e a Berlino. I suoi principali interessi di ricerca riguardano la storia della filosofia e l’estetica, con particolare attenzione al posthegelismo e al pensiero di Karl Marx. Oltre ad aver pubblicato diversi saggi in italiano, inglese e tedesco, ha tradotto e co-curato (con D. Moggach) la prima edizione italiana di Bruno Bauer, Sui principi del bello (2018) e co-curato (con M. De Iaco e F. Sulpizio) il volume Wittgenstein and Marx. Marx and Wittgenstein. Ha inoltre redatto la voce “Young Hegelian Aesthetics” dell’International Lexicon of Aesthetics. Collabora inoltre ai gruppi internazionali di ricerca “Hegel Art Net” e “Cologne Mythological Network”.

Hegel non diede mai alle stampe le sue lezioni di filosofia dell’arte e la pubblicazione delle note Lezioni di estetica avvenne all’interno del progetto dei Freunden des Verewigten, attraverso l’inserimento dei corsi di lezione del filosofo di Stoccarda negli Hegels Werke (che furono pubblicati dal 1832 in poi), al fine di restituire maggior compiutezza alla filosofia hegeliana e in particolare alle lezioni. Il tema dell’arte, d’altronde componeva già il nucleo del frammentario Il più antico programma di sistema dell’idealismo tedesco, nel quale, all’interno del milieu dello Stift di Tubinga, Hegel, Hölderlin e Schelling, esposero il loro programma filosofico volto a fondare una nuova “mitologia della ragione” (Mythologie der Vernunft). L’idea di una rifondazione di una comunità estetica sulla base dell’ideale schilleriano della necessità di integrare ragione e sensibilità per superare l’alienazione dell’individuo moderno, sviluppata nei suoi primi scritti giovanili e che trova il suo ideale modello corrispettivo nella polis greca, scema dal periodo jenese in poi. Già nella Fenomenologia dello spirito è tangibile come il ruolo dell’arte sia irrimediabilmente legato al passato. Alla trattazione dell’arte in quest’opera è dedicato il paragrafo che prende il nome di “religione artistica”, indicando qui il secondo momento della religione accanto alla precedente religione naturale (ovvero quella dei popoli che precedettero i greci) e alla successiva religione rivelata (ovvero, quella cristiana). L’altezza della religione artistica, appartenuta al popolo greco, era stata quella di rappresentare l’intimo nesso tra l’uomo e il divino e il loro legame con la vita politica; nella religione artistica gli dei sono infatti espressione della soggettività artistica. In tale aspetto però risiede il suo limite interno, dato che la coscienza sgretolerà pian piano l’esteriorità di ciò che sarà compreso essere posto in essere da lei medesima. L’eccesso di sensibilità di questi dei rappresenta, dunque, la necessità intrinseca che segna il passaggio dalla religione artistica a quella rivelata.

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