Il testo esplora il concetto di “frontiera del lavoro”, presentando criticamente alcuni programmi di reclutamento per lavoro temporaneo attraverso le frontiere nord e sud del Messico: il programma statunitense H-2A nell’ambito del “modello agricolo californiano” e i programmi messicani di regolarizzazione migratoria nel contesto del cosiddetto “esodo centroamericano”.
Grazie alla ricerca svolta in California, Bassa California e Chiapas, tra il 2016 e il 2021, l’Autrice analizza le strategie economiche perseguite dalle multinazionali agroalimentari, le politiche di vari governi in carica, le pratiche di resistenza messe in atto dalle persone migranti e solidali. La ricerca dimostra come l’uso politico del reclutamento di lavoro agricolo temporaneo contribuisce di fatto alla progressiva chiusura delle frontiere e all’esternalizzazione delle operazioni di controllo e contenzione migratoria da parte degli Stati Uniti verso il sud del Messico e altri paesi dell’America Centrale. Il libro intende contribuire con una prospettiva internazionale al dibattito esistente tra organizzazioni sociali e politiche impegnate nella disputa con governi e reti di trafficanti sulle numerose frontiere della Fortezza Europa.
Le politiche migratorie adottate dagli Stati in ambito nazionale e internazionale hanno storicamente una logica di tipo strumentale. Esse hanno solitamente teso a subordinare la gestione delle persone che si muovono, o vorrebbero farlo, agli interessi economici e politici degli Stati di immigrazione ed eventualmente di quelli di emigrazione. Questa logica si è rafforzata dalla fine del secolo scorso, coerentemente con l’assunzione di un approccio globale sempre più securitario ai temi migratori e, più in generale, a quelli relativi al governo delle popolazioni costruite come problematiche o potenzialmente pericolose per l’ordine statale.
Queste politiche non sono orientate a bloccare le migrazioni in quanto tali e a costruire, in altre parole, fortezze invalicabili. Esse sono, invece, interessate a garantire alle economie nazionali e regionali contingenti di manodopera non disponibili localmente alle condizioni richieste dalle imprese, specialmente per i settori e le attività produttive fondate sulla massima compressione possibile di salari e conflitto sindacale. Le politiche migratorie sono rivolte, in altre parole, alla svalorizzazione e all’indebolimento delle persone in movimento, in quanto forza lavoro potenziale, a sostegno della valorizzazione dei capitali investiti dalle imprese. Questo accade specialmente nei settori con più alti livelli di sfruttamento intensivo della manodopera, in quelli caratterizzati – secondo una categoria di Marx – da estrazione di plusvalore assoluto. In altri termini, le politiche migratorie vigenti assecondano la dinamica dell’accumulazione capitalistica, la quale, all’altezza del capitale generale, richiede la svalorizzazione del lavoro vivo, insieme a quella della popolazione potenzialmente occupabile, con l’obiettivo di ridurne la forza politica e sindacale.
In accordo con l’analisi emersa nell’ambito dell’approccio dell’ecologia-mondo elaborato in modo particolare da Jason W. Moore, i processi di svalorizzazione agiscono, contemporaneamente, sul piano sia economico sia simbolico-culturale. Questa doppia azione ispira l’economia politica delle politiche migratorie e della gestione delle frontiere ad essa associata. Il governo delle frontiere è stato orientato dagli Stati economicamente e politicamente dominanti a selezionare e indebolire la manodopera, svolgendo, in questo modo, una funzione politica di attacco al potere del lavoro. In sintesi, il governo delle frontiere serve a produrre forza lavoro a buon mercato, con un effetto generalizzato a tutto il mondo del lavoro dipendente, e, dunque, non limitato alla sola manodopera migrante.
La moltiplicazione delle frontiere del lavoro ha come protagonista non solo lo Stato e gli attori privati che gestiscono le frontiere, ma anche le persone migranti, impegnate a liberarsi da contesti penalizzanti, quando non mortiferi, attraverso la risorsa della mobilità. L’esercizio di questa forma di autonomia sfida il regime migratorio costruito dagli attori della cosiddetta industria delle migrazioni e la affronta come una forza ostile, come un vero e proprio nemico della sovranità statale. La retorica della difesa dei confini contro le persone che si muovono in autonomia, spesso con l’obiettivo di richiedere protezione internazionale, viene agita per ricondurre ogni persona in movimento ai soli interessi delle economie nazionali e delle loro imprese: se la sua presenza è coerente con essi allora può entrare, altrimenti va lasciata fuori, anche a costo della vita.
L’esercizio di questa ostilità ha, di conseguenza, anche effetti luttuosi. Nel mondo, tra il 2015 e il 2023, l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni ha stimato, con il progetto Missing Migrants, 55 mila persone morte nel tentativo di oltrepassare le frontiere. Il Mar Mediterraneo e i confini tra Centro e Nord America sono le aree con più lutti. È questa la necropolitica delle frontiere, che costituisce una caratteristica intrinseca – costitutiva, non un’anomalia – delle politiche di gestione dei confini. I morti non sono un accidente, ma sono una conseguenza di tale politica: per evitare che le persone continuino a morire in questo modo, bisogna modificare radicalmente tali politiche, iniziando a facilitare la concessione dei visti per la libera circolazione degli esseri umani, ponendo la tutela delle loro vite al di sopra degli interessi dei capitali e della loro valorizzazione. In definitiva, la produzione di forza lavoro a buon mercato e di morti e sofferenze è propria del regime di mobilità in vigore su scala planetaria. Questi esiti si possono sovvertire, assumendo politiche che liberino le migrazioni dalla subordinazione alle compatibilità capitalistiche e al razzismo di Stato.
[dalla Postfazione di Gennaro Avallone]