«Com’è fatta l’esperienza? E come diventa possibile?» Attorno a queste domande ruota l’indagine della filosofia dal momento in cui Kant le ha poste nella loro radicalità. Facendo uso del pensiero di Gilles Deleuze e Félix Guattari, il libro intende provare a rispondere proponendo una teoria dell’esperienza che sia all’altezza del contemporaneo e che prenda in considerazione componenti fondamentali quali le sensazioni del corpo, la costruzione del linguaggio e il disegno di un orizzonte di senso condivisibile. Proprio a partire da questo aspetto si può arrivare a vedere che le condizioni di possibilità dell’esperienza non sono eterne, ma cambiano con il variare degli assetti sociali e politici. Così una politica dell’esperienza avrà anche la vocazione non tanto di operare una scelta tra alternative date, bensì di trasformare i confini stessi di ciò che è possibile, attraverso un uso ambiguo del mito e una liberazione della potenza dell’immaginazione, per iniziare a pensare una prassi al contempo d’analisi e di partecipazione.

La macchina mitologica in atto

Mille piani. Capitalismo e schizofrenia non è altro che l’esibizione di una gigantesca macchina mitologica in atto, di cui le opere di Deleuze e Guattari sono i materiali. Il Deleuze che sostiene che le opere letterarie hanno solo un valore d’uso, il Deleuze che afferma di aver fatto un uso della storia della filosofia, e quello che si augura che delle sue opere venga fatto uso, si congiungono nella dichiarazione finale della tecnicizzazione di un mito. La macchina astratta come dispositivo empiricotrascendentale che consente la messa in forma plastica dell’esperienza non può funzionare se non poggiando su un mito. L’esperienza stessa non si darebbe se non mediata da un concatenamento di materiali mitologici. Si spera che questa presa d’atto non suoni come un gioco di
prestigio. Deleuze e Guattari sono due tecnicizzatori raffinatissimi, due poeti e decisamente due uomini di fede. Essi hanno ricostruito un linguaggio carico di luoghi comuni sfruttabili da tutti noi che crediamo. Inoltre è un tipo di tecnicizzazione niente affatto fascista: in parte per l’attenzione dei due filosofi a non calcificare mai i loro concetti in una forma definita, in parte per la loro fedeltà al lavoro del pensiero e all’epifania il più possibile «genuina» degli dèi momentanei, cellule minime dei concatenamenti concreti. Inoltre si può ravvisare nella macchina deleuzo-guattariana una teoria in filigrana del mito e della storia che può sovvertire la loro stessa tecnicizzazione.

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