Fantasmi di luce
Estetiche visionarie da Michetti al presente

La famosa affermazione di Cézanne: “Io vi devo la verità in pittura, e ve la darò”, fu ripresa per la prima volta dallo storico dell’arte francese Hubert Damisch nel suo testo Otto tesi pro (o contro?) una semiologia della pittura, del 1978, e nello stesso anno divenne occasione di una più ampia discussione nell’opera di Jacques Derrida La verità in pittura. Qui, Derrida rifiutava la distinzione tra il dipinto e la cornice, l’ergon e il parergon, che aveva permesso a filosofi come Kant di individuare un regno dell’arte autonomo e inattaccabile. Derrida, al contrario, insisteva sul fatto che la cornice è sempre permeabile, e permette al mondo esterno di invadere l’opera d’arte. Arte e vita, dunque, come vasi comunicanti. Sta forse in questa simbiosi “la verità in pittura” di cui parlava Cézanne? In questo scorrere e trascorrere dell’immagine nel reale, e del reale nell’immagine, che instaura il regime della visione? Questo libero scorrimento dimensionale delle immagini compare in un altro testo fondamentale per la descrizione del processo di formazione delle immagini stesse: lo studio sugli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, di Roland Barthes. Barthes mette in luce il moto desiderante che spinge l’immagine ad essere intensamente “concreta”, tanto da rappresentare gli oggetti in tutta la loro materialità, e insieme “visionaria”, alterando i rapporti dimensionali tra gli stessi, e tra gli oggetti e il soggetto percipiente. Persino le cose più astratte ‒ quelle che Ignazio chiama “invisibili” ‒ trovano qualche oggetto materiale in cui rispecchiarsi per risplendere di sostanza viva e densa. La forza della materia ha per Barthes la propria matrice nel corpo umano – “cifra immediata del desiderio” ‒ incessantemente impegnato a costruire immagini nel gioco mimetico che esso intrattiene con la realtà fisico-topografica in cui si colloca. Il corpo e il desiderio, di cui esso è la fonte e il risultato ‒ il corpo e il desiderio in cui si radica la pittura ‒ sono in grado di conferire concretezza e oggettività visiva anche al pensiero più astratto, e al sogno.

Di fatto il problema della referenzialità dell’immagine nella cultura occidentale è stato correntemente impostato, da Platone in poi, nei termini di un’opposizione copia-modello ‒ in cui il termine copia assumeva perlopiù una connotazione negativa. Tuttavia la mimesi è in grado di portare alla luce un mondo immaginario che è indipendente dalla realtà data.

Dall’Introduzione di Silvia Pegoraro

Fantasmi di luce
Fantasmi di luce. Estetiche visionarie da Michetti al presente
a cura di Silvia Pegoraro, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, 120 pp. ill. (collana: [fuori collana])
Francesco Paolo Michetti a novant’anni dalla morte (1851-1929)

La Fondazione intitolata a Francesco Paolo Michetti è nata nel 1947. Allora il capo dello Stato Enrico De Nicola si augurava che il successo della manifestazione, cioè della prima edizione del Premio Michetti, fosse «la premessa e l’auspicio della rinascita della tormentata e laboriosa regione abruzzese». Egli continuava: «La guerra […] ha ridotto Francavilla  a un ammasso di rovine, ma dalle rovine la vita risorge e, se le fortune assisteranno, fra pochi anni la città potrà riacquistare l’aspetto e la gioiosità di un tempo». In quel primo anno non vennero assegnati premi; la mostra era dedicata al paesaggio italiano e si svolse nel Convento Michetti, cioè il convento di Santa Maria del Gesù che il pittore aveva acquistato. Nella Commissione giudicatrice vi era Nicola D’Antino, lo scultore allievo e amico di Michetti, che è conosciuto, almeno qui in Abruzzo, soprattutto per la “Fontana luminosa” all’Aquila e per la statua di F.P. Michetti, che è collocata davanti al Convento. Già l’anno successivo le opere del Premio vennero esposte nella sede restaurata del Municipio.

dal contributo di Carlo Tatasciore

Francesco Paolo Michetti
Francesco Paolo Michetti a novant’anni dalla morte (1851-1929)
a cura di Carlo Tatasciore, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2020, 118 pp. (collana: [fuori collana])
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