– Se, nell’Uomo senza qualità di Musil, Christian Moosbrugger sin da bambino prova invidia per chi è in grado di esprimersi adeguatamente con le parole, è perché «a lui le parole s’attaccavano come gomma al palato». (Emilia Marra)
– A dispetto delle apparenze, come tutti i folli Hans Bellmer non manca di un estremo rigore. Parte da un’idea ben precisa: il corpo è paragonabile a una frase che inviti a disarticolarla, affinché, attraverso una serie infinita di anagrammi, si ricompongano i suoi veri contenuti. (Gianluca Solla)
– È come se, reciso il vincolo con il senso comune, il linguaggio tornasse alla sua potenza originaria: non più strumento di comunicazione, ma forza insieme creatrice e distruttiva, capace di generare interi mondi. (Luciano De Fiore)
Saggi di: Andrea Bocchiola, Matteo Bonazzi, Carmelo Colangelo, Luciano De Fiore, Paolo Gomarasca, Federico Leoni, Franco Lolli, Emilia Marra, Riccardo Panattoni, Gianluca Solla
“Follia”: con questa parola, e con questo volume che la mette a tema, portiamo a compimento un percorso di ricerca lungo ormai una decina d’anni.
Lo abbiamo intitolato “Le parole della psicoanalisi”: il progetto si proponeva di mappare, nei suoi sei volumi, l’impatto di quelle parole sulle parole della filosofia, e di misurare l’effetto che la scoperta psicoanalitica dell’inconscio aveva avuto sull’esercizio filosofico contemporaneo.
Che questo tragitto, con il suo settimo volume, giunga ora al suo compimento non significa che abbia raggiunto la sua completezza – anzi, il fatto che tale obiettivo fosse irraggiungibile era stato preventivato fin dall’inizio. Tuttavia, questo punto di capitone sancisce che qualcosa di finale sia accaduto. Forse, anche se solo con molta approssimazione, lo si potrebbe descrivere in questi termini.
Si immagini un nastro, uno di quelli noti come “nastro di Moebius”, che tanto hanno appassionato le geometrie del Novecento e, per alcuni versi, anche la psicoanalisi. Per chi non lo conoscesse, si tratta di una striscia che si richiude su se stessa, simile a quelle corone di cartoncino che i bambini fabbricano per le feste, ritagliando un lungo e basso rettangolo colorato e unendolo alle estremità. Con una differenza però: se quel cartoncino fosse davvero un nastro di Moebius, andrebbe richiuso su se stesso solo dopo aver impresso una torsione di centottanta gradi a uno degli estremi. Il risultato sarebbe allora una figura dotata di una singolare proprietà: se ne percorriamo un lato con la punta di un dito, o se con una matita tracciamo una linea lungo una delle sue superfici, a un certo punto ci accorgeremo di essere passati dall’altro lato del nastro senza che nulla ci abbia avvertiti – né un passaggio del dito lungo il bordo, né un salto della matita dal primo lato al secondo.
È qualcosa di questo genere che, nel suo percorso, il progetto le “Parole della psicoanalisi” sembra aver prodotto. Abbiamo interrogato l’impatto delle parole della psicoanalisi sulla filosofia, e ci troviamo ora in un punto che è difficile dire se sia di chiusura, oppure di svolta, oppure di rilancio, oppure di pura e semplice continuazione. In ogni caso, è un momento in cui si vede che la traiettoria aperta dalla nostra domanda iniziale ha compiuto una completa rivoluzione; la domanda è ora giunta dall’altro lato del nastro e chiede di percorrere il rovescio di ciò che abbiamo esplorato. C’è o c’è stato un impatto della filosofia sulla psicoanalisi? Quale effetto ha avuto o potrà avere l’esercizio filosofico sulla pratica psicoanalitica? In che modo la concettualità filosofica ha inciso o potrà incidere su quella psicoanalitica, considerando del resto che la concettualità e la pratica della psicoanalisi sono – come ogni pratica disciplinare, filosofia inclusa – caratterizzate da un’estrema eterogeneità?