Francesca Sunseri, Filosofia, psicologia, tecnologia in Gilbert Simondon

Che cosa accade se si assume la psicologia come nucleo genetico del progetto filosofico di Gilbert Simondon? Questo lavoro propone una rilettura sistematica del suo pensiero, mettendo in luce il ruolo decisivo della psicologia all’interno dell’architettura teorica simondoniana. Lungi dall’essere un ambito marginale o preliminare, la psicologia emerge come il centro genetico e metodologico attraverso cui diventa intelligibile l’individuazione, intesa come processo relazionale e metastabile. Attraverso un percorso che intreccia ricostruzione storica e analisi teorica, il volume mostra la continuità e l’evoluzione di una psicologia genetica capace di pensare l’individuo come realtà in divenire e strutturalmente aperta. In questa prospettiva, la filosofia della tecnica appare come un’estensione necessaria della problematica psichica: tecnica e psiche si co-individuano, delineando un campo di relazioni che coinvolge dimensioni individuali, collettive e simboliche. Valorizzando testi a lungo trascurati e proponendo una ricostruzione unitaria del corpus simondoniano, il libro restituisce alla psicologia genetica il suo ruolo centrale, colmando una lacuna significativa negli studi. Ne emerge un dispositivo teorico di forte attualità, capace di rinnovare il dibattito contemporaneo sulla soggettività, tra vita, tecnica e simbolico.

Il tema che attraversa il lavoro della tesi complementare di Simondon prende le mosse da una necessità presente nella riflessione sulla tecnica fin dall’opera di Karl Marx: cercare di comprendere le trasformazioni della società a partire dall’avvento del progresso tecnologico conseguente alla rivoluzione industriale. Autori come Marx, Lewis Mumford e, con maggior riferimenti alle più recenti innovazioni tecnologiche, filosofi appartenenti alla Scuola di Francoforte come Adorno e Horkheimer, allievi di Heidegger come Günther Anders (o i successivi Herbert Marcuse e Hans Jonas) o i primi studiosi francesi della tecnica come Alfred Espinas e Jacques Ellul avevano sostenuto che il rapporto tra l’essere umano e la tecnica avrebbe subito un cambiamento radicale con l’avvento delle tecnologie industriali provocando una rete di sentimenti che Simondon avrebbe definito disruptivi e, in definitiva, aprendo la strada all’alienazione e all’angoscia. È possibile rintracciare una matrice comune a queste posizioni nell’idea (chiarita in dettaglio da filosofi della tecnica contemporanei quali Bernard Stiegler) che il sopravvento delle macchine avrebbe innescato un processo di sfasamento delle strutture temporali interne agli esseri umani a causa dell’accelerazione dei tempi di produzione. Seguendo la logica del controllo che abbiamo precedentemente esposto, lungi dal sentirsi controllato dalle macchine l’essere umano avrebbe da quel momento in poi cercato incessantemente di sanare lo scarto tra i suoi tempi organici e quelli della macchina. L’asincronia tra questi due tempi sarebbe stata, però, impossibile da trasformare completamente in sincronia poiché il ritmo della tecnica è da sempre più rapido di quello organico. Secondo questi autori, a causa dell’innovazione tecnologica l’uomo avrebbe sentito la necessità di rincorrere a tal punto il tempo tecnico da restare patologicamente incastrato a un senso di impotenza da cui non sarebbe più riuscito a emergere. È a partire da questa idea che tesi di questi autori ritenevano la società industriale patologica, nel senso della «società a una dimensione» di Marcuse, vale a dire inesorabilmente imbrigliata in apparenti miglioramenti tecnici che, in realtà, avrebbero portato soltanto a un arretramento e un annullamento dell’umano. In quest’ottica, ogni innovazione/evoluzione tecnologica sarebbe stata un passo in più nell’accelerare una paradossale involuzione dell’essere umano.

Il primo tratto di originalità di Simondon all’interno di questo panorama consiste nel suo porsi, sin da subito, in una prospettiva differente. Egli sviluppa un interesse per l’oggetto tecnico il cui obiettivo non è quello di esaltarlo né di distruggerlo. L’obiettivo di MEOT è infatti quello di «dimostrare che la cultura ignora nella realtà tecnica una realtà umana» e che l’oggetto tecnico non è uno straniero che cerca di ottenere potere e controllo sull’uomo, ma un’alterità che fa da mediatrice tra l’essere umano e la natura. È a partire da questo presupposto innovativo che Simondon ritiene necessario esaminare la genesi e l’evoluzione degli oggetti tecnici per sfatare il mito del robot che vorrebbe prendere il posto dell’uomo e dimostrare quanto la sfasatura tra i tempi tecnici e quelli organici non sia in realtà una stortura interna al vivente bensì una dinamica fondamentale dell’evoluzione tecnico-biologica.

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