Gli studi qui presentati esplorano il movimento, iniziato circa un secolo fa, denominato “filosofia dialogica”. Nel ripensare alcuni nodi della dialogicità si è cercato di offrire non tanto una mappatura di questa corrente di pensiero e delle sue voci, ma di mettere in luce la fecondità di tale indirizzo filosofico, articolato e ricco di visioni speculative.
Oltre a una generale ricognizione del suo lascito, il volume intende indagare gli esiti a cui ha condotto la filosofia dialogica, così da riformulare alcuni problemi teoretici di fondo che toccano il cuore di importanti temi come la teoria della relazione e dell’alterità, le più ampie questioni teologiche, quelle morali e quelle religiose del nostro tempo.
Saggi di: Stefano Bancalari, Omar Brino, Francesco Paolo Ciglia, Marco Damonte, Ciro De Florio, Aldo Frigerio, Ezio Gamba, Vittorio Hösle, Giulio Osto, Francesco Tomasoni, Furia Valori, Silvano Zucal
Edizione a cura di: Andrea Aguti, Marco Moschini, Martino Bozza
Nessuno potrebbe seriamente mettere in questione l’importanza, talvolta l’urgenza, di cercare, salvaguardare, creare, inventare, se necessario, spazi di dialogo, perché è incontestabile che quanto più tali spazi si riducono, tanto più si allargano quelli della violenza. Ma una considerazione esortativa, pur animata dalle migliori intenzioni, non basta ad una riflessione filosofica, la quale deve innanzitutto prendere atto del fatto che il rapporto tra dialogo e filosofia è tutt’altro che scontato e che prima di diventare oggetto di una specifica filosofia “del” dialogo, lo spazio filosofico di quest’ultimo ha coinciso in larga misura con il suo essere un genere letterario. Ora, se si prova a ricavare il senso ultimo del dialogo filosofico muovendo da questa tradizione, si deve riconoscere che esso è sostanzialmente una messa in scena, nel doppio senso, più e meno raffinato, di questa espressione.
È sostanzialmente, cioè non accidentalmente, una messa in scena, perché il modo in cui la scena del dialogo viene dispiegata dall’autore – luogo, tempo, contesto, personaggi – è un elemento decisivo, e non accessorio, nella configurazione del rapporto tra i dialoganti e la verità.
È sostanzialmente, cioè in buona sostanza, una messa in scena, perché in ultima analisi la verità è del tutto indipendente dal gioco di botta e risposta tra dialoganti, tanto è vero che tra questi ce n’è sempre almeno uno, controfigura dell’autore, che finge di coinvolgersi, ma in realtà sa già prima, e già sempre, come stanno veramente le cose.
Il nutrito filone dei dialoghi sulla religione – da Cicerone a Hume – rende tangibile in modo particolarmente efficace questa situazione teorica, innanzitutto perché offre un amplissimo ventaglio di variazioni sul tema della scena, che viene talvolta radicalizzato fino al punto di dissolvere ogni contorno realistico della situazione interlocutiva concreta (e forse la stessa interlocuzione in quanto tale) nell’idealità di una «visione»: «in visu noctis», in una visione notturna, appaiono ad Abelardo i tre uomini (un filosofo, un giudeo e un cristiano) che gli propongono di arbitrare il confronto «de diversis fidei nostre sectis» (sulle diverse dottrine della nostra fede); ed è addirittura in cielo, al cospetto dell’Onnipotente, che si svolge il dialogo De pace fidei cui assiste Cusano in una «visio».
Ma c’è di più. Su questo versante specificamente religioso della letteratura dialogica ricorre in modo particolarmente insistito un motivo che rende esplicito il limite filosofico strutturale del dialogo così compreso: un vero e proprio Leitmotiv che paradossalmente disinnesca il dialogo nell’atto stesso in cui lo avvia. La necessità di attivare un confronto tra i partecipanti riguardo alle proprie convinzioni religiose, infatti, è sempre motivata con l’esigenza di disfarsi criticamente di tutto ciò che rimanda all’opinione o all’autorità di qualcun altro per poter accedere alla verità; rimando che, proprio nel caso della religione, è più essenziale che in altri casi, visto il necessario esser rinviato del fedele non soltanto alla tradizione, ma, al limite, a Dio stesso: «in una discussione – scrive emblematicamente Cicerone nel De natura deorum – non bisogna cercare tanto il peso delle autorità quanto quello degli argomenti. Anzi, l’autorità dell’insegnante in genere nuoce a chi vuole apprendere, perché cessa di usare il proprio giudizio e dà per definitiva l’opinione del maestro da lui riconosciuto». È esattamente per lo stesso motivo che il filosofo di Abelardo chiarisce subito al giudeo e al cristiano l’urgenza di liberarsi dall’influenza dell’educazione e dalle opinioni ricevute, se si vuole sul serio che un dialogo abbia luogo. Per un verso, dunque, nel dialogo filosofico è essenziale non mettersi nella posizione del discente. Per altro verso, come rileva Hume per bocca di Panfilo, all’inizio dei Dialoghi sulla religione naturale, la stessa la forma dialogica è intrinsecamente rischiosa nella misura in cui presenta l’«inconveniente [di] comunicare l’immagine del pedagogo e dell’allievo». A scanso di equivoci, Cusano non fa dialogare i personaggi direttamente tra di loro, ma con il Verbo, che coincide con la ragione stessa.