Filosofo marxista con una chiara rottura verso sinistra ma con un altrettanto lucido giudizio sugli estremi movimenti gauchisti, Fallot non è mai mancato a un impegno militante anche nella sua attività intellettuale, di cui questo saggio su Epicuro è un frutto straordinario.
L’opera è una lettura dall’interno dei testi epicurei, soprattutto di etica e di psicologia, ma non una lettura freddamente filologica o pedante, bensì l’appassionata costruzione di un amore e delle sue ragioni, la comunicazione delle risposte che nel materialismo epicureo Fallot ha trovato alle proprie inquietudini personali e filosofiche insieme.
La mediazione di un pensatore classico alle ansie più proprie dell’uomo contemporaneo costituisce l’elemento di novità di questo libro. Che poi vi si ritrovi il virile pessimismo lucreziano più che l’edonismo appiccicato e irriso in Epicuro dai suoi avversari, è un segno ulteriore della sofferta serietà con cui l’autore si riaggancia all’antico maestro, e del dramma dell’umanità attuale.
Ciò che costituisce il nodo della filosofia morale di Epicuro si trova perfettamente espresso all’inizio della lettera a Meneceo. Il piacere non è cosa diversa dalla vita; non c’è da scegliere tra questo e altri beni.
I piaceri non sono beni accanto ad altri (per esempio le virtù), ma il piacere è la nostra stessa vita. Così, per ottenere il piacere non è neanche necessario cercarlo; occorre soltanto rimuovere dalla vita ciò che non concorre al suo fine: poiché il suo fine è il piacere. Ciò che turba la nostra vita impedisce anche il nostro piacere: sono le sofferenze e la paura. Tra le sofferenze ce ne sono di fisiche e di morali; ma la paura ha carattere soltanto morale, e la filosofia ne viene a capo, tramite la conoscenza.
Si vede subito il contrasto con un pensiero come quello di Aristippo. Per Aristippo non ci poteva essere che piacere in movimento; poiché il piacere è come il movimento che la vita si dà. La vita, per Aristippo, non è che un mezzo per i fini del piacere, così come sarà un mezzo rispetto ai fini della virtù per gli stoici (e tanto peggio se in questo gioco la vita si spezza, se in fin dei conti la gettiamo via come un giocattolo rotto). Ma per Epicuro «il piacere è il nostro bene innato». Avere cattiva coscienza nei confronti dei piaceri è dunque rinunciare alla vita, e rinunciarvi a favore di nient’altro. Uno dei primi amici di Epicuro, Colote, ha scritto «che seguendo le massime degli altri filosofi non si potrebbe neanche vivere». Ed Epicuro ha parlato di coloro che corrono alla morte per disgusto della vita, perché hanno adottato un genere di vita che li costringe a ricorrere alla morte. «Ridiculum est currere ad mortem tædio vitæ, cum genere vitæ ut currendum ad mortem esset effeceris», nella traduzione latina che ne ha lasciato Seneca.
I tre criteri della conoscenza, la sensazione, l’affezione e l’anticipazione sono nello stesso tempo i criteri del piacere.