Ludwig Feuerbach, Principi della filosofia dell’avvenire

Nei Princìpi della filosofia dell’avvenire (1843) Feuerbach ricostruisce la genealogia dell’idealismo, mostrando il legame tra teologia e forme filosofiche sostenuto già nelle Tesi provvisorie per una riforma della filosofia. Tuttavia non si ferma ad una lettura, pur geniale, della storia della filosofia, ma prospetta una nuova soluzione del problema ontologico che eviti il vuoto di soggetto in cui incorre la logica di Hegel: l’essere non è solo pensato ma esperito come altro rispetto al pensiero. Feuerbach propone una nozione positiva della sensibilità, uno sguardo rinnovato che pone la causa del desiderio umano nel campo del visibile. Andare oltre Hegel non significa infatti recuperare il concetto romantico di sentimento, ma riconoscere la positività del reale. Nei PrincìpiFeuerbach si interroga sugli effetti a lungo termine della verità. Il destinatario di questo manifesto filosofico non è l’uditorio universitario ma l’umanità futura. Qui l’universalità emerge come piano dell’intersoggettività. Solo dopo aver destituito l’Assoluto come soggetto, l’uomo incontra l’altro come simile: finito nella sua esistenza corporea, ma infinito nel genere in quanto umanità.

Princìpi della filosofia dell’avvenire è un manifesto filosofico. In esso Feuerbach riprende i temi affrontati in altre opere, ma mette in atto nei loro confronti un «lavoro di ripulitura» per adeguare il linguaggio alla novità della sua proposta. Il testo del 1843 giunge al culmine di un periodo intenso nel quale compaiono gli scritti più noti dell’autore. Tra il dicembre 1838 ed il settembre 1839 vengono pubblicati sugli «Hallische Jahrbücher», la rivista diretta da Arnold Ruge, tre articoli del filosofo. Nel primo, Sulla critica della filosofia positiva, Feuerbach respinge il tentativo di conciliare la filosofia ed il dogma. Nel secondo, Intorno a filosofia e cristianesimo, egli mostra che l’attacco ad Hegel da parte dei conservatori è in realtà un attacco rivolto alla libertà di pensiero. Feuerbach si muove in difesa dello spirito dell’Aufklärung messo in pericolo dalla ripresa degli orientamenti romantici più reazionari. Nel successivo Per la critica della filosofia hegeliana egli mostra tuttavia un atteggiamento polemico nei confronti di Hegel, del quale mette ora in luce i limiti speculativi. Contrapponendo il concetto alla realtà sensibile, la logica hegeliana non intrattiene un dialogo col sensibile ma soltanto un monologo con se stessa. L’essenza del cristianesimo (1841) apporta alcune novità significative: gli oggetti con cui l’uomo si trova in rapporto svelano l’essenza umana, sono le occasioni in cui quest’ultima si dispiega. E’ proprio dell’inclinazione umana attribuire un potere illimitato alle proprie rappresentazioni. Divino è pertanto ciò che assume per l’uomo un valore assoluto: proiezione di aspirazioni e desideri liberi dai condizionamenti della natura. Il «segreto» della teologia è l’antropologia. Nelle Tesi provvisorie per una riforma della filosofia (1842) Feuerbach riprende la critica ad Hegel alla luce di questi esiti. La filosofia speculativa gli si mostra come una forma compiuta di teologia. Hegel sostantifica i concetti, svuotando e derealizzando l’ente esistente: fa dell’Assoluto il soggetto, degradando il soggetto reale a predicato. Di qui l’esigenza di rovesciare i rapporti di predicazione: l’essere è il soggetto in quanto ha il fondamento in se stesso, mentre il pensiero è il predicato che rimanda all’essere.

Nei Princìpi della filosofia dell’avvenire Feuerbach ricostruisce la genealogia dell’idealismo, mostrando la diretta discendenza di quest’ultimo dalla teologia. «L’essenza della filosofia speculativa non è altro che l’essenza di Dio razionalizzata, realizzata, resa presente. La filosofia speculativa è la teologia vera, coerente e razionale». Lo sviluppo dell’idealismo procede in parallelo ai temi cristologici del protestantesimo, il quale, interrogandosi non su Dio in sé ma su cosa Dio sia per gli uomini, consuma il lascito della teologia e rende così possibile il passaggio all’antropologia. «Il compito assolto dall’era moderna è stato la realizzazione e umanizzazione di Dio – la trasformazione e la dissoluzione della teologia in antropologia». Pur avendo intrapreso tale processo, l’idealismo ha tuttavia confermato l’alienazione religiosa. Hegel assorbe infatti il divino nel pensiero, astraendo dalla sensibilità secondo una modalità logica che fa di lui non «“l’Aristotele tedesco o cristiano”, ma il Proclo tedesco», e  che riduce il significato stesso della sua teoresi a «rinascita della filosofia alessandrina». In questo modo Feuerbach ribadisce il legame esistente tra forme filosofiche e teologia, tra misticismo logico non sufficientemente pensato e processi inconsapevoli di allegorizzazione del reale, tuttavia non si ferma ad una lettura, sia pure geniale, della storia della filosofia, la quale svela gli antecedenti storico-teoretici dell’idealismo. Rigettando l’identità hegeliana di pensiero ed essere, egli rende possibile soprattutto una nuova soluzione del problema ontologico che evita quel vuoto di soggetto in cui incorre la logica di Hegel: l’essere non è solo pensato ma esperito come altro rispetto al pensiero. Se Hegel trascura il sensibile impoverendo così il concetto di esperienza, Feuerbach ci propone una nozione positiva della sensibilità, facendo di quest’ultima il momento in cui si rivela all’uomo il suo essere. «Il sensibile non è l’immediato nel senso della filosofia speculativa; e cioè non è il profano, l’ovvio e il privo di pensiero che si comprende da sé», ma uno sguardo rinnovato sul reale, in grado di porre finalmente la causa del desiderio umano nel campo del visibile. «Il compito della filosofia e della scienza in generale consiste non nel condurre lontano dal sensibile, dal reale e dagli oggetti, ma piuttosto nel condurre verso loro, non nel trasformare gli oggetti in idee e concetti, ma piuttosto nel renderli visibili, e cioè nell’oggettivare gli oggetti che sono invisibili agli occhi comuni». Anche quando parla di ritorno alla natura, Feuerbach non auspica mai la regressione ad un punto di vista ingenuo che faccia scadere la sensibilità a naturalità, ma propone l’assunzione di uno sguardo nuovo in cui il sensibile divenga il raccordo tra pensiero ed essere, razionalità e corporeità. Si tratta di un sapere che supera l’immediato, rendendo possibile una nuova apertura, insieme pratica e teoretica, sulle cose per presentarsi come un discorso capace di interrogarsi sugli effetti, anche a lungo termine, della verità.

[dall’Introduzione di Piergiorgio Bianchi]

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