Nicola Turrini, Fernand Deligny

Fernand Deligny è stato una figura chiave della pedagogia francese del Novecento, che a partire dagli anni Cinquanta ha contributo a ripensare la “presa in carico” dei bambini autistici al di fuori delle strutture istituzionali. Congiuntamente alla pratica strettamente pedagogica egli ha elaborato un’originale riflessione sullo statuto dell’immagine e del suo ruolo nei processi di soggettivazione. Educatore anomalo, defilato, antiaccademico, ma anche grande scrittore, Deligny ha tentato di cartografare proprio quella vita singolare e insieme comune che appare in filigrana nelle esistenze silenziose dei bambini autistici. Un tentativo, il suo, di resistere alla mortificazione della vita e dell’immagine e, allo stesso tempo, di mostrare come fosse indispensabile pensarle assieme per indicare quel nesso che le rende qualcosa d’insostituibile: un’immagine vivente, tangibile e impenetrabile come la pietra, e tuttavia mobile e permanente come l’acqua.

Fernand Deligny nasce nel 1913 nel nord della Francia, a Bergues. Il padre muore durante la prima guerra mondiale ed egli passa la propria infanzia con la madre, al tempo impiegata della Banca di Francia, a Vauban de Lille. Poco interessato alla prospettiva della scuola militare di Saint-Cyr, Deligny frequenta distrattamente corsi di filosofia e psicologia all’università. Dopo il servizio militare a Parigi, trova un posto come istitutore in una classe di perfezionamento di una scuola del XIIe arrondissement, e in seguito a Nogent, dove lavora riadattando liberamente i metodi di Célestin Freinet. Dopo aver ottenuto il CAEA, nel 1938 riprende a lavorare come istitutore specializzato presso l’ospedale psichiatrico di Armentières, dove resterà fino al 1943. Qui sopprime le sanzioni e, insieme ai sorveglianti – operai, artigiani, ex-detenuti – organizza uscite, giochi e sedute sportive sotto i bombardamenti. In questo periodo scrive pièce teatrali e racconti, e nel 1944 esce il suo primo libro, Pavillon 3, cronaca del suo soggiorno ad Armentières.

Nel 1943, distaccato presso il commissariato per la famiglia, diviene consigliere dell’ARSEA e crea nella vecchia Lille, a Wazemmes, dei luoghi per la prevenzione della delinquenza. Nel 1945, crea il primo il COT (Centre d’observation et de triage) della Regione Nord.

Il libro di poco successivo Graine de crapule, conseils aux éducateurs qui voudraient la cultiver, sebbene già scritto in quella originale prosa poetica che contraddistinguerà tutta la sua produzione teorica successiva, è ancora un manuale di pedagogia che si costruisce attorno alla figura attiva dell’educatore. Un testo che sarà poi oggetto di autocritica, quando Deligny prenderà congedo dall’idea del ruolo attivo dell’educatore e dello statuto redentivo del lavoro: «Io non ho intenzione di educare, ho piuttosto intenzione di creare delle circostanze favorevoli affinché essi se la cavino e possano vivere». L’anno successivo viene nominato delegato del Lavoro per la Regione Nord: conosce André Bazin, Chris Marker, Fernand Oury.

Con l’aiuto di alcuni personaggi cardine del mondo dell’educazione e della medicina, tra cui Henri Wallon, nel 1947 crea a Parigi, insieme a Irène Lézine, il suo primo grande esperimento pedagogico: La Grande Cordée. L’associazione, che si appoggia sulla rete degli ostelli della gioventù, viene pensata da Deligny come un «tentativo di presa in carico in “libera cura”» di adolescenti psicotici e delinquenti che non avrebbero trovato alcun modo di integrazione all’interno di istituzioni come gli ospedali psichiatrici. Questo sarà l’ultimo tentativo di Deligny all’interno di una struttura istituzionale: La Grande Cordée chiuderà infatti per motivi economici e politici poco dopo l’estate del 1954.

Nel 1955 Deligny lascia Parigi insieme ad alcuni membri dell’associazione e, dopo alcuni tentativi in Alta Loira – nel corso dei quali scrive Adrien Lomme (che uscirà nel 1958) – si stabilisce definitivamente nelle Cévennes a partire dal 1963. Nonostante l’isolamento volontario, nel 1965 Jean Oury lo invita presso la clinica di La Borde: Deligny accetta ma resta sempre ai margini del gruppo degli analisti. Scrive canovacci che danno luogo a improvvisazioni e a giochi con i pazienti; crea persino un ciné-club. Gli affidano sempre i pazienti incurabili, i più agitati e ingestibili, con cui l’equipe di La Borde non sa che fare. Sarà qui che incontrerà Jean-Marie Jonquet, un bambino di dodici anni dall’autismo pressoché “puro”, e che sarà l’origine e l’ispirazione delle sue riflessioni sul linguaggio e della sua opera dei trent’anni a venire. L’esperienza di La Borde trova il suo epilogo a Graniés, nelle Cévennes, luogo in cui si stabilirà definitivamente e che non lascerà fino alla morte, avvenuta nel 1996.

Una “rete” [réseau] di operai e lavoratori sociali – sempre non-specialisti – si sviluppa progressivamente nelle Cévennes, dove Deligny si dedica quasi esclusivamente a giovani autistici a basso funzionamento. La rete si organizza nella natura secondo un’economia di sussistenza, priva di agganci istituzionali, al ritmo di quello che Deligny chiama l’«imperioso bisogno di immutabile» che caratterizza l’autismo. Deligny intrattiene con la rete lo stesso atteggiamento che aveva sempre contraddistinto le sue precedenti esperienze pedagogiche: delega ai propri compagni la responsabilità della vita quotidiana con gli autistici, inventa nuove pratiche – né artistiche né terapeutiche – come le celebri cartes d’erre, che trascrivono gli spostamenti e l’agire dei ragazzi autistici. Intrattiene una corrispondenza regolare con intellettuali, pedagogisti, psichiatri e cineasti che non smettono di sollecitare il suo pensiero. Il suo lavoro ostinato e sempre più serrato sulla lingua, si nutre dell’esperienza quotidiana dell’autismo, da cui egli declina l’idea di una dimensione prelinguistica dell’umano, di un «comune prima dell’uno e dell’altro».

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