Felice Ciro Papparo

Felice Ciro Papparo (Napoli, 1954) è professore ordinario di Filosofia morale presso l’Università “Federico II” di Napoli. Studioso di Nietzsche, Valéry, M. Henry, si è già occupato di Bataille, oltre a tradurne alcuni testi, in Incanto e misura. Per una lettura di Georges Bataille (Napoli 1997), Per più farvi amici. Di alcuni motivi in Georges Bataille (Macerata 2005) e in Perdere tempo. Pensare con Bataille (Milano 2012). Con Orthotes ha pubblicato Il giardino interminato (nei dintorni dell’Io) (Napoli 2020).

Quel che importa nel mondo attuale» diceva Bataille in una delle tre conferenze dedicate alla religione «non è tanto creare la possibilità di un’esperienza mistica, o aprire nuove possibilità religiose, forse non ve ne sono; si tratta, invece, di estendere l’azione religiosa al mondo profano.

Pronunciate nel maggio 1947 e nel febbraio 1948 presso il Collège philosophique e il Club Maintenant, le tre conferenze disegnano, in maniera direi perfetta, il quadro della riflessione batailleana sulla dimensione religiosa. Una riflessione che ha i suoi punti focali da un lato nel breve testo Teoria della religione (redatto sulla base della conferenza Schema di una storia delle religioni), dall’altro nella serie di articoli che Bataille dedica alla ‘questione’ della religione (in primis quello intitolato La religione preistorica, su cui tra breve ritorneremo).

Da questi testi emerge, come dato assoluto, la necessità di Bataille di sondare il ‘lato’ religioso come specifico dell’essere umano, senza tuttavia che questa differenza specifica, rientrando nella definizione dell’umanità, debba significare una cesura essenziale da ‘il resto dell’accadere universale’ (Freud), in modo particolare un taglio assoluto fra il nostro mondo umano e il mondo animale. Anzi. Basta scorrere i testi sulla questione della religione perché salti agli occhi e in tutta evidenza il dato dell’origine della dimensione religiosa proprio dal rapporto dell’uomo (primitivo) con il mondo animale. Un rapporto drammatico, nel senso che è talmente intenso e coinvolgente che l’animale cacciato e ucciso viene poi, in una sorta di sentimento di riparazione, trasfigurato e ‘salvato’ nella rappresentazione pittorica, e in questa maniera ‘conservato’ e ‘mantenuto’ nella sua ‘essenza’, come segno incancellabile della descent umana.

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