Federico Leoni

Federico Leoni (Novara 1974) insegna Filosofia morale al Dipartimento di scienze umane dell’Università degli Studi di Verona, dove è anche coordinatore del Centro di ricerca “Tiresia” per la filosofia e la psicoanalisi, ed è docente per l’IRPA (Istituto di ricerca per la psicoanalisi applicata) di Milano. Scrive su riviste italiane e straniere e tra le sue pubblicazioni si ricordano Senso e crisi. Del corpo, del mondo, del ritmo (Pisa 2006), Habeas corpus. Sei genealogie del corpo occidentale (Milano 2008), Franco Basaglia. Un laboratorio italiano (Milano 2011), Descartes. Una teologia della tecnologia (Milano 2013).
Per Orthotes dirige le collane Sillabariophi/psy (con Riccardo Panattoni e Gianluca Solla) e la serie Le parole della psicoanalisi (con Riccardo Panattoni).

Chiudere gli occhi

Come per Freud anche per Bergson la via regia all’inconscio è quella del sogno. Per questo è al termine di una conferenza sul sogno che Bergson lascia cadere il suo annuncio sull’inconscio come territorio di ogni futura indagine filosofica. Ma qual è la via regia al sogno? È la questione che orienta l’intera indagine che Bergson svolge nella sua conferenza. La risposta è tutta costruita intorno a un assioma che il testo enuncia solo verso la fine del percorso, come a svelare con un colpo di teatro il punto che aveva retto l’intero ragionamento. «Dormire significa disinteressarsi».

Il regno del sogno, il regno dell’inconscio è il regno che schiude le sue porte nel momento in cui noi ci disinteressiamo, nel momento in cui lasciamo ai margini della nostra attenzione ciò che ci impegna innanzitutto e per lo più: il mondo, i suoi oggetti, i nostri simili. Subito torna alla memoria l’inizio della conferenza. Dopo qualche battuta introduttiva Bergson entrava in argomento con una mossa che racchiude la quintessenza del bergsonismo, il suo stile, il suo metodo. «Chiudiamo gli occhi», affermava. Non è eccessivo dire che questo chiudere gli occhi è il bergsonismo stesso, che tutto il bergsonismo ne discende quasi immediatamente. Il bergsonismo è questo progetto di ritrovare l’esperienza a occhi chiusi, sulla soglia del sogno e dell’inconscio.

Un progetto di questo genere lo ritroviamo in altri testi in termini non troppo differenti. Come quando Bergson scrive, in una pagina programmatica di Materia e memoria, che il compito della filosofia è quello di risalire la corrente dell’esperienza, andando infine a intercettarla «alla sua fonte, o meglio al di là di quel tornante decisivo in cui essa, inflettendosi nel senso della nostra utilità, diviene propriamente esperienza umana». Se traducessimo questo annuncio nei termini della conferenza sul sogno, potremmo dire che il compito bergsoniano della filosofia consiste nel ritrovare l’esperienza a monte di quel punto in cui essa si fa esperienza desta, si dota di uno spettatore che la contempla in stato di veglia, o che guadagna lo stato di veglia proprio installandosi nella posizione di colui che contempla il sogno cessando di essere tutt’uno con il sogno, di colui che contempla l’esperienza che accade anziché essere l’esperienza nel suo accadere. È solo in quel punto, del resto, che l’esperienza nel suo puro accadere assume i connotati di un’esperienza non ancora desta, e che il punto dal quale viene contemplata inizia ad apparire come il punto dal quale essa si veglia. Prima di quell’inflessione, quando il sogno si stava sognando senza che nessuno lo sognasse, l’esperienza del sogno non era certo ascrivibile al registro della veglia, ma neppure, a ben vedere, a quello della sonno. È a questa soglia inafferrabile dell’esperienza che la filosofia bergsoniana sembra rivolgersi in maniera privilegiata.

Federico Leoni
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