Lo sguardo non è un punto di vista. È il nome dell’antagonismo che attraversa il campo visivo rivelandone l’inquietudine di fondo. È ciò che mette in crisi l’immaginario e l’esperienza più superficiale della nostra visione, facendone emergere la dimensione inconscia e pulsionale.
Questo libro analizza l’oggetto-sguardo teorizzato per la prima volta da Jacques Lacan all’inizio degli anni Sessanta, attraverso cinque concetti fondamentali della psicoanalisi: il fantasma, l’immaginario, il reale, il fallo e la differenza sessuale. Lo fa mettendo in dialogo la psicoanalisi con la filosofia e con il cinema contemporaneo e arrivando a proporre un’etica che rovescia l’ordine dei problemi consolidato. Non si tratterebbe più di partire dagli individui o dai soggetti ma dall’oggetto, perché lo sguardo non è il correlato di un soggetto della visione già costituito ma un “pezzo staccato”, un lembo di reale attorno a cui un nuovo soggetto potrà prendere corpo.
Non dovrebbe stupire che Lacan abbia elaborato, nel corso del suo insegnamento, due teorie della visione che a prima vista possono apparire divergenti: da un lato, negli anni Quaranta e Cinquanta, la concezione immaginaria dello sguardo come garanzia di consistenza dell’Io e del legame intersoggettivo; dall’altro, negli anni Sessanta, l’introduzione dello sguardo come elemento eterogeneo, perturbante, irriducibile all’esperienza, che incrina la continuità della percezione. Questa ambivalenza non appartiene solo a Lacan, ma costituisce un tratto costitutivo della tradizione visiva occidentale: da sempre la visione è oscillata tra due poli, quello della certezza e quello dell’inganno. Non è un caso che in greco antico il verbo eidenai (“sapere”) condividesse la radice con idein (“vedere”): vedere significava possedere una forma di conoscenza, una prova, una testimonianza, come nella dimensione giuridica della evidentia. Ma allo stesso tempo, la vista è anche il luogo privilegiato dell’illusione, della fascinazione, dell’inganno ottico. Da un lato la visione garantisce, certifica, fonda; dall’altro seduce, depista, rende la verità inaccessibile.
In questo senso, si potrebbe dire che la visione è sempre legata a una forma di perdita della individualità: «i fenomenologi hanno potuto articolare con precisione, e nel modo più sconcertante, come sia assolutamente chiaro che io vedo al di fuori, che la percezione non è in me, ma sugli oggetti che essa afferra». Anche solo il semplice atto di guardare implica un disequilibrio, perché lo sguardo consente alla coscienza di oltrepassare il luogo del corpo, di sporgersi fuori di sé, come se l’occhio fosse al confine del corpo e, al tempo stesso, oltre il corpo stesso. Vi è in questo senso una sorta di fondamento allucinatorio della visione – di ogni visione, anche di quella, per così dire, sana – che ha una lunga tradizione nel pensiero mistico e filosofico occidentale che va da Meister Eckhart fino alla fenomenologia. Lacan, che riprende Merleau-Ponty estesamente nel Seminario XI, ne parla come di un punto che precede l’intuizione stessa, dove sorgerebbe la visione da una sorta di “carne del mondo”, che non è né nel corpo né nel mondo esterno, né nel visibile né nell’invisibile, né nel soggetto né nella realtà empirica. Queste forme di eccedenza allucinata da sempre attribuite alla visione sono molteplici: dalle estasi mistiche, che aspirano a oltrepassare i limiti della visibilità mondana (basti pensare al fatto che la parola “visione” ha nella lingua comune anche il significato di “visione estatica”) alle esperienze indotte dalle droghe (da Ernst Jünger a Aldos Huxley, da Timothy Leary agli scritti sullo sciamanesimo di Mircea Eliade) fino alle tecniche di preservazione dell’esperienza visiva che tentano di sfidare l’irreversibilità del tempo, come le maschere funerarie o, in età moderna, la fotografia. È qui che André Bazin poteva parlare di un “complesso della mummia” come spinta a conservare le sembianze del corpo oltre la vita, o Roland Barthes riflettere sulla fotografia come ricerca di un oggetto perduto che la memoria da sola non può trattenere. La visione, insomma, sembra continuamente eccedere i limiti soggettivi e temporali, aprendo a una dimensione ulteriore.