Non si tratta soltanto di miniere a cielo aperto, di petrolio o di grandi dighe. L’estrattivismo è un modello economico e politico che riduce la natura a riserva di materie prime, da sfruttare all’infinito per alimentare la crescita, a qualunque costo sociale e ambientale.
Con rigore e chiarezza, Anna Bednik mostra come questa logica non appartenga solo al Sud del mondo ma sia ormai globale: governi, imprese e istituzioni finanziarie la promuovono come strada inevitabile verso lo “sviluppo”, mentre intere comunità si mobilitano per difendere i propri territori e immaginare alternative. Dalle Ande all’Africa, dall’Asia all’Europa, il libro coniuga inchiesta e riflessione critica per svelare i meccanismi dell’estrattivismo e le sue conseguenze devastanti: distruzione ecologica, violenze, nuove forme di colonialismo. Ma allo stesso tempo restituisce voce a chi resiste, offrendo strumenti per pensare un futuro diverso.
Un testo fondamentale per comprendere le radici della crisi ecologica e sociale del nostro tempo, e per riconoscere che la lotta contro l’estrattivismo è anche una lotta per la democrazia e la giustizia.
L’economia non è circolare: è entropica, ama ripetere Joan Martinez Alier, uno dei padri fondatori dell’economia ecologica. La sua insistenza non è fuori luogo: è facile che la diffusione crescente dell’uso del termine ‘economia circolare’, così l’esaltazione mediatica di tale concetto, portino a pensare che l’economia si stia evolvendo verso un sistema in cui tutto ciò che di nuovo viene prodotto e immesso sui mercati trarrà origine da materiali preesistenti, cui verrà data semplicemente nuova forma; e che, a sua volta, i nuovi prodotti, al termine della loro vita utile, vengano completamente riutilizzati per la produzione di nuovi oggetti. Questa concezione, benché biofisicamente priva di fondamento e contraria alla seconda legge della termodinamica, sembra tuttavia essersi affermata in ambiti tanto diversi quanto quelli dell’industria, delle politiche, e anche nella parte del settore accademico più attento al business e al marketing che ai vincoli intrinseci della materia. In realtà, un’economia circolare stricto sensu non è fisicamente possibile: la parte di materia che si può reimmettere nel ciclo di produzione è limitata, e si ha e si avrà sempre bisogno di nuova estrazione di minerali per rimpiazzare quelli non riciclabili.
In un’epoca in cui l’iterazione di accattivanti e rassicuranti discorsi su transizione energetica e tecnologie intelligenti tenta di instillare fiducia nei cittadini-consumatori sull’avvenire che ci attende, purché ognuno di noi faccia la sua piccola parte gettando le bottiglie nei contenitori del vetro e bevendo latte vegetale, il lavoro di Anna Bednik ci ricorda che queste azioni individuali, lungi dall’essere inutili, hanno tuttavia un impatto ridotto, se il sistema che ha generato il modo di consumare attuale non viene modificato radicalmente. Questa, di per sé, non è un’idea nuova: diversə studiosə, perlopiù di formazione neomarxista (Naomi Klein e Jason Hickel, per citarne due), sono giuntə a conclusioni simili. È invece il focus sull’estrattivismo a costituire l’aspetto innovativo di questo lavoro. Alla base del sistema produttivo contemporaneo, illustra Bednik, si trovano politiche fondate sull’estrazione crescente di materie prime: in ciò rientrano anche dinamiche neocoloniali da parte dei paesi a capitalismo avanzato e delle potenze emergenti. Tuttavia, contrariamente a una visione comune secondo cui l’estrattivismo sarebbe una caratteristica esclusiva dei paesi del cosiddetto Sud Globale, favorito perlopiù da regimi politici neoliberisti di centrodestra o destra, e messo in atto da multinazionali del Nord Globale, Bednik sostiene, mobilitando a sostegno della sua tesi un’ampia mole di dati, che il fenomeno è molto più complesso e trasversale, geograficamente, politicamente ed economicamente.
Si tratta di un’opera originariamente diretta a un pubblico francese: di conseguenza, alcuni riferimenti culturali e storici sono contestuali alla Francia. Nondimeno, le lettrici e i lettori non troveranno difficoltà nel tracciare paralleli con fenomeni e dinamiche simili riferiti all’Italia, giacché, in epoca di neoliberismo dominante, i modi di produzione e consumo non variano in misura significativa all’interno del Nord Globale. Come la Francia, anche l’Italia importa la maggior parte delle sue materie prime dall’estero; ha le sue multinazionali operanti su tutto il pianeta; è caratterizzata da un discorso ‘progressista’ ed economicista, secondo il quale lo sviluppo di un paese si misura in termini di crescita di PIL; ha una classe politica che non mette in discussione il dogma della crescita economica; e così via. Nel campo dell’energia, per esempio, ancora oggi si dà per scontato che maggior consumi significhino maggiore benessere, nonostante questa teoria risulti eccessivamente semplicistica e, nel caso della maggior parte dei paesi del Nord Globale, sia stata falsificata.
Il lavoro di Bednik non verte soltanto su una critica del sistema economico vigente: al contrario, l’autrice mostra come esistano e si moltiplichino, nel mondo, episodi di resistenza a tale modello, come anche proposte di modelli alternativi, improntati a modalità radicalmente diverse di relazioni tra esseri umani e ambiente circostante, di ‘uso’ della natura, e derivanti da tradizioni socioculturali e politiche diverse da quella dominante – o, più propriamente, egemone, per usare un termine gramsciano. E ciò, che si tratti del modello europeo di decrescita, di quello di origine quechua del buen vivir, o di altri. Tali resistenze, avverte Bednik, potrebbero diventare sempre più numerose nel corso dei prossimi anni, a meno di un cambio radicale del sistema di produzione e consumo – e, in ultima analisi, del sistema economico che vi sottende. Soltanto per rimanere nel campo dei minerali-chiave per la transizione energetica, si può citare il caso della protesta dei cittadini serbi all’annuncio, da parte del governo nazionale, dell’apertura nel paese di una miniera di litio, minerale cruciale nella fabbricazione di batterie per auto elettriche: progetto accantonato proprio in seguito alla protesta cittadina. Altri due casi europei, ancora più recenti, riguardano giacimenti di terre rare in Svezia e roccia fosfatica in Norvegia, anch’essi componenti essenziali alla transizione energetica e alle tecnologie intelligenti (oltre alla produzione di fertilizzanti, nel caso dei fosfati). Benché, in questi due casi, non siano (ancora?) avvenute proteste, l’attivismo delle compagnie minerarie in Europa dà un’idea della possibile evoluzione della situazione nei prossimi anni anche nel nostro continente.
La geopolitica delle risorse è destinata a cambiare profondamente; il potere degli attori in gioco, anche. Ma le domande fondamentali alla base della critica all’estrattivismo resteranno invariate, per il petrolio e l’uranio come per il litio, il cobalto, il rame e le terre rare: a chi andranno i benefici? Chi pagherà i costi? Chi sarà coinvolto nelle decisioni? A sostegno di quale modello si opererà, e con quale idea di futuro? A queste domande, Bednik, nella sua minuziosa disamina, fornisce risposte convincenti.
[Dalla Prefazione di Roberto Cantoni]