Ermanno Bencivenga è Distinguished Professor of Philosophy and the Humanities, Emeritus, all’Università di California. Logico di fama, ha dato importanti contributi alla filosofia del linguaggio, alla filosofia morale e alla storia della filosofia. Per il grande pubblico ha scritto, fra l’altro, La filosofia in ottantadue favole (Segrate 2017), La stupidità del male (Milano 2019), 100 idee di cui non sapevi di avere bisogno (Milano 2020) e Logica dei paradossi (Torino 2022).
Il 19 agosto 1899 Giovanni Gentile, ventiquattrenne, scrive alla fidanzata Erminia Nudi confessandole una grande tristezza. È morto il suocero di suo fratello e lui, in visita alla famiglia (con la quale non è in buoni rapporti), ha assistito al pianto sconsolato della vedova. Continua: «ho pianto anch’io mettendo te al luogo di questa povera donna, raffigurandomi in pensiero un probabile avvenire, in cui ti toccherà di versare di queste lagrime» (LF102). Era buon profeta: avrebbe sposato Erminia il 9 maggio 1901 e il 15 aprile 1944 lei avrebbe pianto la sua morte, dopo che entrambi avevano pianto, poco più di due anni prima, quella del figlio Giovannino, brillante fisico, stroncato a 36 anni da setticemia insorta per un ascesso dentario. Ma all’avverarsi della profezia torneremo in chiusura; ora dobbiamo rendere conto del Gentile filosofo, politico e uomo d’incontenibile azione.
Gentile è un hegeliano. Annuncia con tono ispirato: «Nel mondo non c’è altro che la filosofia: ma la filosofia che non è dell’essere eleatico, sì di quello hegeliano: la filosofia che è fuoco eterno, in quanto lo stesso combustibile che vi arde dentro non è meno eterno (e non è meno fuoco!)» (IMI20). Vediamo di spiegare. Parmenide di Elea sosteneva che molteplicità e mutamento sono illusori: che l’essere è uno, eterno e immutabile. Questa dottrina apparentemente bizzarra era filtrata in tutta la tradizione occidentale. Platone (l’ho già ricordato) sosteneva che le forme, le uniche cose che esistono davvero, sono eterne e immutabili, e quelle che incontriamo nel mondo spaziotemporale sono ombre prive di sostanza. Aristotele aveva formulato una teoria della definizione in cui ogni termine è identificato, per genere e differenza, da tratti stabiliti una volta per tutte (umano, per esempio, è animale razionale); e la sua logica era rimasta indiscussa per duemila anni, creando gravi problemi con ciò che sembra cambiare, anche radicalmente, pur rimanendo sé stesso (un uomo che perde la sua razionalità impazzendo, però è sempre lui, ed è sempre un uomo). Poi era arrivato Hegel e aveva proposto una logica diversa, i cui concetti, invece di rimanere legati a caratteristiche prefissate, le sconvolgessero e anche contraddicessero senza perdere la propria identità – un po’ come i personaggi d’un romanzo possono attraversare crisi e catastrofi, e trasformarsi reagendovi, ma in modo tale che noi lettori riconosciamo in essi i medesimi personaggi. Da Parmenide la logica, e la filosofia, si erano spostate verso il suo contemporaneo Eraclito di Efeso: tutto è mutamento, non ci bagniamo mai due volte nello stesso fiume. Con la differenza che ci bagniamo sì nello stesso fiume, ma il fiume è sempre diverso. E, con questa differenza, la nuova logica dialettica dichiara il suo debito. Leggiamo nel primo volume delle Lezioni di storia della filosofia di Hegel: «Il concetto è […] il fluido trapassare di Eraclito, questo movimento, questa causticità cui nulla può resistere. Il concetto quindi che trova se stesso, si trova come la potenza assoluta davanti a cui tutto si dilegua, e tutte le cose, ogni sussistenza, ogni cosa ritenuta salda, diventa transeunte».