Eredità hegeliane. Hegel e il tempo che resta, F.M. Tartaglione e M. Trudu (cur.)

Il volume sviluppa un’indagine sistematica sull’eredità speculativa hegeliana, mettendo a confronto le categorie fondative del sistema con le aporie teoriche e le tensioni politico-sociali contemporanee. Lungi dal proporre una mera ricostruzione, i saggi qui raccolti evidenziano la produttività concettuale della dialettica hegeliana, interrogando i nessi tra razionalità e crisi, soggettività e comunità, temporalità storica e giustizia, natura e libertà. Strutturato in due sezioni – Nodi teorici e Hegel dopo Hegel – il volume coniuga ermeneutica storica e analisi concettuale, tracciando percorsi che spaziano dalla ricezione novecentesca alla filosofia contemporanea. Il sistema hegeliano vi appare non più come costruzione conclusa, ma come dispositivo teorico dinamico, capace di riformulare le categorie della filosofia politica, dell’etica e dell’ontologia. I contributi restituiscono così una tradizione speculativa non intesa come repertorio del passato, ma come matrice di categorie euristiche e figure concettuali indispensabili per comprendere le logiche profonde del presente.

Saggi di: Stefania Achella, Piero Carreras, Dietrich von Engelhardt, Sjoerd Griffioen, Silvestre Gristina, Maurizio Maria Malimpensa, Luca Mandara, Giulia Milli, Fabio Molinari, Antonio Pirolozzi, Guram Rekhviashvili, Felice Maria Tartaglione, Maurizio Trudu, Mattia Zancanaro

Ci sono momenti in cui la filosofia hegeliana appare invecchiata, un oggetto di antiquariato, che seppur un tempo prezioso ha perso la sua vitalità. In altri momenti, torna invece sorprendentemente viva e feconda. È l’immagine ambivalente di un classico capace di attraversare epoche e crisi, oscillando tra marginalità e centralità, e sollevando ogni volta, in forme nuove, l’antica domanda: “cosa è vivo e cosa è morto?”.

Il modo in cui il pensiero del Novecento si è confrontato con l’eredità hegeliana riflette quest’ambivalenza. Considerato nei primi decenni del secolo come una filosofia inattuale – un “cane morto” – il pensiero hegeliano è diventato nel corso del Novecento oggetto di una significativa riscoperta. È la Hegel-Renaissance, che prende avvio in ambito francese, e si estende successivamente prima alla Germania e poi al mondo anglosassone. Diversa, per tempi e modalità, è invece il confronto con essa della tradizione italiana. Più tardiva rispetto al contesto europeo, che nella seconda metà dell’Ottocento aveva provveduto ad archiviare Hegel e il suo pensiero, la ripresa italiana del sistema hegeliano assume una connotazione progressista che anticipa in parte il recupero che di lì a poco ne avrebbero fatto pensatori come Kojève e Hyppolite.

Le ragioni dell’eccezionalità del caso italiano si spiegano, almeno in parte, guardando al contesto storico. Nella fase iniziale del processo di unificazione nazionale si avverte infatti in Italia l’esigenza di una filosofia capace di emanciparsi dalla dimensione trascendente (ma anche trascendentale), e di offrire al tempo stesso una risposta alla crisi della metafisica senza cedere al rischio dello scetticismo.

Un affresco efficace di questa sensibilità lo traccia il giovane Bertrando Spaventa che vede nella filosofia di Hegel gli strumenti in grado di rispondere a quei bisogni: «Gli studiosi di medicina, di scienze naturali, di diritto, di matematiche, di letteratura partecipavano al general movimento, ed ambivano soprattutto, come gli antichi italiani, di esser filosofi. Chi può ridire l’affetto col quale si amavano i giovani professori e gli allievi, e insieme procedevano alla ricerca della verità?». Più efficace ancora appare la lettera, scritta nel 1851 dal suo esilio torinese, al Progresso: «La filosofia, si dice, in un popolo che non è libero ed indipendente non può giovare all’acquisto della nazionalità e della libertà. Io non sono così fuori di questo mondo da credere che l’Italia debba cacciare gli austriaci, il papa, il re di Napoli, il Granduca e i duchi e divenire veramente libera con gli esorcismi delle formule speculative, né che la guerra futura sarà combattuta da una schiera di filosofi […]. [Ma] se le braccia sono qualche cosa in una rivoluzione nazionale, lo spirito e la mente non sono certo un’inerzia». Il crescente interesse per la vita politica che si manifestava in Italia rappresentava per Spaventa una concreta attuazione della filosofia hegeliana, realizzandone l’ideale di progresso attraverso il superamento della sfera privata e l’assunzione di responsabilità nella dimensione pubblica.

Da allora, la tradizione italiana ha mantenuto un rapporto privilegiato con il pensiero hegeliano, un interesse costante che ha reso gli studi italiani su Hegel tra i più autorevoli a livello internazionale. Si potrebbe parlare, con un’espressione oggi diffusa, di una vera e propria “differenza italiana”: rifiutandosi di seguire passivamente le mode filosofiche, essa ha coltivato una forma di radicamento teorico nella propria tradizione di pensiero che le ha permesso di conservare – e in alcuni casi di riconquistare – una posizione di rilievo nel panorama filosofico globale. In questo contesto, Hegel rappresenta un punto di riferimento essenziale: le ricerche che gli vengono dedicate non esitano a confrontarsi con la complessità della sua scrittura e continuano a trovarvi motivi di attualità teorica e stimolo critico. Tale vitalità si riflette anche nella capacità della filosofia italiana di dialogare con le grandi questioni contemporanee: dalla crisi della razionalità alle sfide della democrazia, dalla dialettica tra individuo e collettività fino al rapporto tra umano e natura. La riflessione su Hegel non è dunque confinata alla storia della filosofia, ma continua a offrire strumenti teorici per comprendere il presente e interrogare il futuro.

[Dalla Prefazione di Stefania Achella]

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