Ercole Giap Parini è professore ordinario di Sociologia all’Università della Calabria. Tra le sue pubblicazioni si ricordano le monografie: L’odore della vita. Pier Paolo Pasolini: l’opera, la conoscenza, l’impegno pubblico (2023, con Olimpia Affuso e Alfonso Amendola), Il cassetto dei sogni scomodi. Ovvero, quel che della letteratura importa ai sociologi (2017) e Gli occhiali di Pessoa (2012). Di recente ha curato Sociologia. Temi, teorie, autori (2025, con Teresa Grande).
L’omicidio avvenne nella notte tra il primo e il due di novembre del 1975. Avevo appena sette anni quando il telegiornale diede l’annuncio della morte terribile di un poeta, sottolineandone crudeltà e squallore con riprese di luoghi abbandonati: un prato desolato nei pressi dell’idroscalo di Ostia e un telo bianco che copriva un corpo straziato. Le circostanze di quella morte e le sue immagini confesso che hanno avuto un duplice effetto sul bambino che poi, diventato giovane, continuava a trattenerle con sé. Hanno innanzitutto mitizzato Pasolini, come figura chiave di cui in quegli anni riverberava la grandezza contraddittoriamente veicolata anche da quel fatto di cronaca; quello stesso fatto e quelle stesse immagini hanno allontanato dalla mia smania di lettore (e di questo non mi faccio vanto) l’opera di Pasolini, come se la sua scrittura potesse trattenere o anticipare la desolazione di quella morte.
Col tempo, tuttavia, e diventando il mio accostarmi alla lettura qualcosa di più che uno svago intellettuale, ne ho scoperto il fascino di un artista a tutto tondo – sì, perché Pasolini, oltre che scrittore e poeta, era regista, drammaturgo e anche pittore – e altrove lo ho definito sorta di “punto oscillante” nella cultura e nella vita sociale italiane della seconda parte di Novecento. Un intellettuale che aveva accesso ai più importanti quotidiani italiani e che prendeva parte alle trasmissioni della Rai con la sua critica acuta e tagliente e sempre rispettata in virtù del prestigio di cui godeva; ma che, allo stesso tempo, era inviso ai tanti. Un poco per la sua vita non asservita alla morigeratezza dell’epoca; di più perché era intellettuale scomodo: tanto scomodo che non aveva parte. Era odiato dalla destra, e dalla conservazione, proprio per quello che rappresentava con la sua vita dissacrante, ma anche e, soprattutto, per il suo modo di andare a scovare il potere che si annida subdolamente per condizionare il percorso di sviluppo italiano (non è un caso che quando morì stava lavorando al testo Petrolio).
Non aveva parte e parteggiatori neanche in quella sinistra che si era data un compito emancipativo in Italia. Perché intellettuale scomodo significa innanzitutto libero. E la libertà non la si controlla, non la si indirizza, per definizione. Neanche con la pretesa che il mito del progresso fosse universale: e risultava e ancora risulta indigesto il Pasolini che non temeva il rischio di essere preso per reazionario sociale quando stigmatizzava quei nuovi diritti come parte di un più generale processo di trasformazione della società che stava creando nuova sperequazione e nuovi ultimi.