Emilia Marra

Emilia Marra (PhD in Filosofia teoretica) è attualmente borsista di ricerca presso l’Università degli Studi di Palermo. È stata Research Fellow presso l’IISF di Napoli e il CAS di Rijeka, nonché assegnista presso l’Università del Salento. È autrice del volume Mantenere insieme: strategie del sistema nella Francia post-strutturalista (2023) e ha tradotto e curato l’edizione italiana di Georges Canguilhem, Ideologia e razionalità nella storia delle scienze della vita (2025). È membro del comitato editoriale delle riviste «La Deleuziana» e «Quaderni Materialisti».

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Nell’ambito di quello che, con una categoria illuminista molto criticata ma non per questo del tutto accantonata, si continua a chiamare “progresso scientifico”, non sarebbe forse un azzardo eccessivo sostenere che la domanda sul chi della scienza individua, simultaneamente e inevitabilmente, tre figure: 1. chi sperimenta; 2. coloro i quali godono dei vantaggi della sperimentazione; 3. i corpi sulla cui pelle si conduce la sperimentazione. Si tratta di una tripartizione euristica, agita prima ancora che giustificata sul piano teorico, che attraversa le epoche, senza che le rinegoziazioni alle quali va incontro ne erodano la struttura sulla quale si incardina. Una prassi non di rado in aperto contrasto con le mire universalistiche della medicina e della biologia, da ricostruire a partire dai resoconti degli esperimenti, dalle differenze tra esperimenti a cui si attribuisce valore analogico o di verità e pratiche ritenute inconcludenti, dai dibattiti di taglio etico-morale all’interno dei quali si prende posizione in favore o contro una determinata pratica. Un primo affondo nella storia della medicina permetterà di mostrare la complessità degli attori in campo, passando dalla loro determinazione astratta a un ventaglio più ampio in cui le figure si vestono dei discorsi che, di epoca in epoca e rispetto alle specificità territoriali, li producono e che a loro volta producono. Non solo quindi il medico prudente, l’anatomista spregiudicato, i fisiologi e i naturalisti si alterneranno sul pulpito dello sperimentatore, ma verranno coadiuvati da una serie di figure di contorno che permetteranno loro di volta in volta di avvalersi del campione sperimentale desiderato (il sovrano, il boia, lo stesso condannato a morte, “gli uomini della resurrezione”…) o di distinguersi da pratiche ritenute barbare (gli specialisti del mal della pietra, i divinatori, i vivisettori…). Anche il profilo del corpo dispensabile cambia: perché possa essere utilizzato come oggetto della sperimentazione, occorre che il corpo umano sia reso dispensabile per mezzo di una spoliazione del diritto – mentre l’animale si trova già in questa condizione, da Galeno al Settecento. Si vedrà come la prima forma di questa sottrazione emerga molto presto nella storia della medicina, complicando ulteriormente il profilo del supposto medico prudente di matrice ippocratica, assumendo la forma del moribondo, ovvero di colui il quale, sulla base di quanto determinato dal sapere del medico, è vicino alla morte. A questa categoria appartiene un insieme disomogeneo di candidati, sui quali il medico apprendista osserva su consiglio del proprio maestro: il soldato gravemente ferito, l’impiccato con la schiuma alla bocca, chi è in apoplessia grave, le puerpere al terzo giorno di febbre… La prossimità alla morte come criterio per identificare il campione sperimentale fa presto a meno della precaria condizione biologica del soggetto in questione, includendo così individui in ottima salute. È il caso di chi, in stato di cattività, attende l’esecuzione della pena capitale. Non solo in questo caso lo sfruttamento del cadavere per studi anatomici viene considerato meno disdicevole rispetto all’utilizzo di altri corpi, in virtù di una lunga tradizione che vede nella dissezione del cadavere un prolungamento del supplizio, ma è a questo punto che il confine tra esperimento post mortem ed esperimento in vivo si fa più labile, per intervento non più degli anatomisti, ma dei fisiologi sperimentali. Pur nella specificità del diritto nazionale, che norma in maniera diversa queste pratiche, il movimento generale al quale si assiste è quello di una messa a valore dell’esperienza dell’internamento a fini sperimentali. Con l’affinamento delle pratiche di internamento e l’estensione della criminalizzazione da violazione della legge a misura preventiva in favore dell’ordine sociale il campione sperimentale potenziale si estende al fuori norma, coinvolgendo chi si vuole semplicemente rinchiudere e isolare per non turbare l’ordine sociale: è a questo punto che gli insensati vengono sottoposti ai primi esperimenti di trasfusione transpecie nell’idea magica che il sangue d’agnello possa placare attacchi d’ira e manifestazioni violente, e che orfani bambini vengono scelti come mezzo per far giungere nel nuovo mondo il vaccino contro il vaiolo. Questo movimento coadiuva la simultanea trasformazione della terza figura della sperimentazione, ovvero di chi ottiene i benefici della sperimentazione. Utilizzando una espressione efficace di Grégoire Chamayou, nella pratica della medicina sperimentale si passa dal corpo vile come controfigura del corpo nobile alla definizione di un vero e proprio “popolo in miniatura”. Se in origine quindi le pratiche sperimentali trovavano un movente nelle condizioni di salute del sovrano, dunque nella necessità di fare esercizio e mettere alla prova teorie su corpi meno degni prima di passare a curare corpi nobili, con la vaccinazione la pratica sperimentale si estende alla popolazione tutta, rispondendo quindi non più a interessi di palazzo, ma a esigenze legate sempre più alla produzione flessibile.

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